Per giorni la politica valdostana ha cercato di costruire una narrazione molto precisa della vicenda Testolin: il presidente decaduto avrebbe scelto una linea “istituzionale”, rinunciando a contestare sul piano costituzionale la legge regionale sui limiti di mandato.
Una scelta che, secondo quanto filtrato nelle ultime settimane, sarebbe stata richiesta soprattutto dall’Union Valdôtaine e dagli alleati di maggioranza come condizione politica per continuare a sostenerlo dopo la sentenza del Tribunale di Aosta.
Ma, più emergono dettagli sul contenuto reale dell’appello depositato davanti alla Corte d’Appello di Torino, più quella ricostruzione appare fragile.
Le analisi pubblicate in queste ore sui media mostrano infatti con chiarezza che il cuore della strategia difensiva non sembra affatto cambiato. Semplicemente, è stato reso più raffinato sul piano tecnico.
Già alcune anticipazioni lasciavano intravedere chiaramente questa impostazione: nessuna rinuncia sostanziale alla linea costituzionale, ma una sua riformulazione.
Formalmente sparisce la richiesta esplicita di investire la Corte costituzionale. Sostanzialmente, però, resta intatto il principio su cui si fonda tutta la difesa: l’idea che le norme che limitano l’elettorato passivo debbano essere interpretate in modo restrittivo, perché l’eleggibilità rappresenta la regola e l’ineleggibilità l’eccezione.
Una tesi che richiama direttamente la giurisprudenza costituzionale e che, non a caso, viene sostenuta allegando al ricorso anche le memorie dei professori Enrico Grosso e Nicola Lupo.
Ora altri articoli di stampa aggiungono un tassello ulteriore, forse ancora più significativo sul piano politico.
Perché emerge chiaramente che la difesa non si limita più alla sola interpretazione della legge regionale 21/2007 sui mandati. Cerca anche di spostare il terreno dello scontro sul piano procedurale.
L’argomento preliminare riguarda infatti la tardività del ricorso presentato dai consiglieri Alberto Bertin Minelli e Luciano Torrione.
Secondo i legali di Testolin, il Tribunale avrebbe commesso un “errore” applicando in modo “meccanico” il criterio della decorrenza dei termini dalla pubblicazione della deliberazione.
La tesi difensiva è molto precisa: poiché Minelli e Torrione erano consiglieri regionali presenti alla seduta del 6 novembre 2025 e avevano partecipato alla votazione che elesse Renzo Testolin presidente, il termine di 30 giorni avrebbe dovuto decorrere da quella seduta e non dalla pubblicazione successiva della deliberazione.
Tradotto politicamente: si tenta di sostenere che chi era dentro il Consiglio sapesse già tutto immediatamente e quindi dovesse impugnare subito.
È un passaggio molto rilevante. Perché dimostra che il ricorso non punta soltanto a ribaltare nel merito l’interpretazione della legge sui mandati, ma prova, prima ancora, a neutralizzare l’intero giudizio di primo grado sul piano tecnico-processuale.
Ed è qui che emerge forse l’aspetto più interessante dell’intera vicenda.
Da un lato, all’esterno, si è cercato di rassicurare la maggioranza e l’opinione pubblica sostenendo che non sarebbe stata messa in discussione la legge regionale valdostana.
Dall’altro, però, le argomentazioni riportate dalla stampa mostrano una difesa che continua a muoversi costantemente dentro il perimetro costituzionale: principi sull’elettorato passivo, interpretazione restrittiva delle cause di ineleggibilità, tutela del diritto di accesso alle cariche elettive.
Cambia il lessico. Non cambia l’obiettivo.
Anzi, l’impressione è che la strategia sia diventata ancora più sofisticata: non più un attacco diretto alla costituzionalità della norma, ma un’opera di “svuotamento interpretativo” della legge regionale attraverso principi superiori.
Ed è probabilmente proprio questo il punto politico più delicato.
Perché, se davvero agli alleati era stata garantita una linea di difesa puramente “istituzionale”, allora il contenuto dell’appello raccontato sembra andare in una direzione diversa.
Non si chiede apertamente di demolire la legge. Si cerca però di interpretarla nel modo meno limitativo possibile, fino quasi a neutralizzarne gli effetti concreti.
Il tutto mentre il Tribunale di Aosta aveva già affrontato questi stessi argomenti, giungendo però alla conclusione opposta: la legge regionale valdostana non consentirebbe ulteriori mandati consecutivi oltre il terzo.
Ed è qui che la vicenda assume un significato che va oltre il destino personale di Testolin.
Perché il tema non è più soltanto giuridico. Diventa politico e persino istituzionale.
La sensazione che emerge leggendo le ricostruzioni giornalistiche è quella di una doppia comunicazione: all’esterno una narrazione rassicurante verso la maggioranza; nelle carte processuali una difesa molto più aggressiva e costituzionalmente orientata.
Una distinzione che, sul piano tecnico-legale, può essere legittima.
Ma che, sul piano politico, rischia di apparire come un esercizio di equilibrio piuttosto opaco: dire agli alleati che non si toccherà la legge regionale, mentre nel ricorso si continua sostanzialmente a costruire una difesa fondata proprio sui principi che potrebbero ridimensionarla.
Ed è forse questo il vero dato politico che emerge dall’appello: non tanto il ritorno temporaneo di Testolin alla guida della Regione, quanto il fatto che la tanto annunciata rinuncia alla linea costituzionale, nei fatti, non sembri esserci mai stata.