In Valle d’Aosta il tema dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo resta spesso confinato ai convegni, alle buone intenzioni o alle giornate dedicate ai diritti. Poi però arrivano i numeri, e i numeri raccontano una realtà molto più complicata. Secondo la ricerca realizzata dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro insieme ad Anffas Nazionale, appena il 10,9% delle persone con disabilità intellettive riesce a trovare lavoro attraverso i canali pubblici di collocamento.
Un dato nazionale che inevitabilmente interroga anche la Valle d’Aosta, dove il mercato del lavoro è piccolo, fortemente relazionale e spesso ancora poco strutturato nell’accompagnamento delle fragilità. Perché se da un lato la dimensione valdostana potrebbe teoricamente favorire percorsi più personalizzati, dall’altro il rischio è che la scarsità di opportunità e di servizi specializzati finisca per rendere ancora più difficile l’accesso a un’occupazione stabile e dignitosa.
L’indagine, che sarà presentata durante il Festival del Lavoro 2026, è stata condotta su quasi 500 famiglie e mette in luce un elemento molto chiaro: quando esistono servizi di orientamento, tutoraggio e accompagnamento, le possibilità di inserimento aumentano sensibilmente. Il problema è che questi servizi restano insufficienti e, troppo spesso, vengono garantiti dal privato o dal terzo settore.
Non a caso oltre la metà delle persone che hanno cercato lavoro, il 55,6%, si è affidata a servizi di accompagnamento specifici. Ma c’è un altro dato che pesa come un macigno: nel 36% dei casi sono direttamente le famiglie a sostenere i costi economici dei percorsi di inserimento lavorativo. Un paradosso che colpisce anche molte realtà valdostane, dove spesso sono proprio i nuclei familiari a supplire alle carenze del sistema pubblico, tra burocrazia, tempi lunghi e percorsi frammentati.
Eppure il problema non è la mancanza di competenze. La ricerca evidenzia infatti come molte persone con disabilità intellettive abbiano livelli di istruzione medio-alti, ma vengano comunque indirizzate quasi esclusivamente verso mansioni manuali o operative. Turismo e commercio risultano i settori più aperti all’inserimento, un aspetto che riguarda molto da vicino anche la Valle d’Aosta, dove alberghi, ristorazione, servizi stagionali e attività commerciali rappresentano una fetta importante dell’economia regionale.
Il rischio, però, è che l’inclusione si trasformi in una semplice occupazione marginale, senza reali prospettive di crescita professionale. Inserire una persona solo perché “bisogna farlo” non significa costruire una cultura del lavoro inclusiva. Significa, semmai, continuare a considerare la disabilità come un’eccezione da gestire e non come una componente normale della società.
La parte più interessante della ricerca riguarda forse proprio le aziende che hanno già sperimentato percorsi di inclusione. I risultati raccontano infatti un quadro meno arretrato di quanto spesso si immagini. Nell’83,2% dei casi viene previsto un tutor aziendale, nel 72% una formazione specifica sulla sicurezza e nel 65,4% un percorso di sensibilizzazione rivolto ai colleghi. Segno che, quando accompagnate correttamente, molte imprese sono pronte ad adattarsi e a valorizzare le capacità delle persone.
Anche in Valle d’Aosta esistono esempi virtuosi, cooperative, imprese sociali e aziende private che hanno dimostrato come inclusione e produttività possano convivere senza difficoltà. Ma restano ancora esperienze isolate, troppo dipendenti dalla sensibilità dei singoli imprenditori e troppo poco sostenute da una strategia pubblica forte.
Le parole del presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca, vanno in questa direzione: superare l’approccio assistenziale e costruire una reale cultura dell’inclusione e del merito. Un concetto ribadito anche dal presidente nazionale di Anffas, Roberto Speziale, che ha ricordato come siano le stesse persone con disabilità a chiedere “un lavoro vero”.
Ed è forse proprio questo il punto centrale anche per la Valle d’Aosta. Parlare di autonomia, inclusione e comunità significa interrogarsi concretamente sulla possibilità per ogni cittadino di costruire il proprio percorso di vita, compreso quello lavorativo. Perché una società inclusiva non si misura dal numero di convegni organizzati o dai protocolli firmati, ma dalla capacità reale di offrire opportunità, dignità e indipendenza anche alle persone più fragili.
Altrimenti il rischio è quello di continuare a celebrare l’inclusione soltanto nei discorsi ufficiali, lasciando poi famiglie e associazioni sole ad affrontare ogni giorno il peso di un sistema che fatica ancora a trasformare i diritti in realtà.