Nei giorni scorsi ho provato a prenotare una visita specialistica presso l’USL Valle d'Aosta.
Mi è stata proposta una data: aprile 2027.
Quasi un anno di attesa.
All’inizio ho pensato a un errore. Poi ho capito che non era un errore: era semplicemente la realtà. La realtà di chi, quando ha bisogno di curarsi, scopre che il tempo della propria salute non coincide con il tempo della macchina pubblica.
Alla fine, per avere una risposta in tempi ragionevoli, mi sono rivolto a un operatore privato. Disponibilità nel giro di una settimana.
E allora la domanda diventa inevitabile: è normale? È accettabile?
È accettabile in una Regione autonoma, che dedica risorse importanti alla sanità, che dispone di strumenti propri, che rivendica giustamente una specialità istituzionale, ma che poi lascia un cittadino in attesa quasi un anno per una visita?
In questi giorni leggiamo che la sanità valdostana sarebbe “in risalita”, che alcuni indicatori migliorano, che si intravede un’inversione di tendenza. Può anche darsi. Ma la sanità non si misura solo nei report, nelle conferenze stampa o nelle percentuali.
La sanità si misura nel momento esatto in cui un cittadino prende il telefono, chiede una visita e si sente rispondere: marzo 2027.
È lì che la narrazione incontra la realtà.
Ed è proprio questo il punto: c’è ormai una distanza sempre più evidente tra il tempo della politica e il tempo della vita reale.
La politica può attendere. Lo abbiamo visto anche nel caso Testolin/Bertschy. Loro possono rinviare. La politica può restare sospesa. Può vivere nella prorogatio, nell’attesa di un giudizio d’appello, nella gestione provvisoria, nella prudenza istituzionale elevata a metodo. Può perfino raccontarsi che il tempo perso non sia poi così importante.
Ma il cittadino no.
Chi aspetta una visita non vive in prorogatio.
Chi ha un problema di salute non può sospendere la propria ansia in attesa di una sentenza.
Chi ha un genitore anziano da assistere non può rinviare la fragilità a dopo il prossimo passaggio giudiziario.
Chi ha bisogno di una diagnosi non può permettersi il lusso della lentezza amministrativa.
La recente vicenda Testolin/Bertschy ha mostrato con chiarezza un aspetto inquietante: per una certa classe dirigente, il tempo sembra essere diventato una variabile secondaria. Si può aspettare. Si può prendere tempo. Si può restare appesi a un ricorso, a un appello, a un equilibrio politico, come se l’amministrazione fosse un esercizio di sopravvivenza istituzionale e non uno strumento per risolvere i problemi delle persone.
Ma questa impostazione, applicata alla sanità — e non solo — diventa insopportabile.
Perché quando una Regione vive sospesa, anche le decisioni rallentano. E quando le decisioni rallentano, a giustificare non sono i comunicati stampa, non sono gli equilibri di maggioranza, non sono le formule giuridiche. A pagare sono i cittadini.
Ho sentito dire che le liste d’attesa sono un problema “strutturale”. È possibile. Ma proprio per questo la domanda diventa ancora più seria: se il problema è strutturale, qual è il ruolo della politica?
Governare non significa descrivere i problemi.
Governare significa affrontarli.
Governare significa scegliere, decidere, assumersi responsabilità. Non aspettare che altri decidano per la politica.
Altrimenti il messaggio che passa è devastante: i problemi sono troppo grandi, troppo antichi, troppo complicati e quindi non si può fare molto.
Ma allora a cosa serve un assessorato alla sanità? A cosa serve un assessore?
A cosa serve l’autonomia?
A cosa serve rivendicare competenze speciali, se poi davanti ai problemi concreti ci si limita a spiegare che accadono anche altrove?
La Valle d’Aosta non può usare l’autonomia solo come bandiera identitaria. L’autonomia deve servire a fare meglio. A decidere prima. A costruire soluzioni più vicine ai cittadini. A evitare che una piccola regione alpina, con numeri gestibili e risorse importanti, finisca per assomigliare ai peggiori meccanismi burocratici del resto d’Italia.
E invece cresce la sensazione opposta: una politica sempre più distante dalla vita quotidiana.
Lo si vede nella sanità.
Lo si vede nel sociale.
Lo si vede nell’assistenza agli anziani.
Il caso del J.B. Festaz è lì a ricordarcelo.
Sanità e sociale non sono capitoli separati di bilancio. Sono due facce della stessa responsabilità pubblica. Riguardano le famiglie, gli anziani, i malati, le persone fragili, chi non ha abbastanza risorse per rivolgersi al privato, chi non ha conoscenze, chi non ha strumenti, chi semplicemente chiede allo Stato — o alla Regione — di fare il proprio dovere.
E allora sì, leggere certe dichiarazioni rassicuranti mentre si è dentro una lista d’attesa produce sconcerto. Produce disillusione. Produce rabbia civile.
Perché chi vive il problema sulla propria pelle non ha bisogno di sentirsi spiegare che il sistema “è in risalita”. Ha bisogno di una visita. Di una risposta. Di una presa in carico. Di sapere che la sanità pubblica esiste davvero, non solo nei documenti.
Alla fine resta una domanda semplice, quasi brutale:
è normale che un valdostano debba aspettare quasi un anno per una visita specialistica?
Se la risposta è no, allora non bastano le spiegazioni.
Non bastano i report.
Non bastano le fotografie.
Non bastano le rassicurazioni.
Servono scelte. Servono decisioni. Serve una politica che torni a considerare il tempo dei cittadini come una cosa seria.
Perché la sanità non è un tema tecnico.
È il punto in cui una comunità misura la qualità reale del proprio governo.
E oggi, per troppi valdostani, la sensazione è chiara: mentre la politica attende, rinvia e si sospende, la vita reale continua.