Non parlano più soltanto di raccolta differenziata o di percentuali ambientali. Parlano di soldi, di bollette, di famiglie e di imprese. E soprattutto di fiducia pubblica. Le minoranze consiliari dei Comuni di Fénis, Gressan, Jovençan e Quart hanno deciso di alzare il livello dello scontro politico sul servizio rifiuti dell’Unité Mont-Émilius, presentando interrogazioni formali alle rispettive amministrazioni comunali. Ma, a loro dire, le risposte ricevute sarebbero state insufficienti, vaghe, incapaci di dissipare dubbi che, anzi, oggi sembrano aumentare.
Il nodo politico è semplice e al tempo stesso delicatissimo: per anni ai cittadini è stato ripetuto che differenziare meglio avrebbe significato spendere meno. Una promessa che oggi rischia di trasformarsi in un boomerang politico e sociale. “Questa promessa si scontra oggi con i numeri”, scrivono i gruppi di minoranza, denunciando che “i costi del servizio crescono e a pagarne le conseguenze sono famiglie e imprese già sotto pressione per l’aumento di energia, inflazione e costo della vita”.
Ed è qui che il tema rifiuti smette di essere una questione tecnica per diventare una questione profondamente sociale. Perché quando aumentano le tariffe TARI, il problema non riguarda soltanto il bilancio dei Comuni o gli equilibri dell’appalto. Riguarda il pensionato che fatica ad arrivare a fine mese, il commerciante che vede salire ogni voce di costo, la famiglia che si sente chiedere nuovi sacrifici senza capire realmente perché.
Le opposizioni chiedono “trasparenza e informazioni precise sui costi reali del servizio”, pretendono “simulazioni pubbliche dell’impatto sulle future tariffe TARI” e sollecitano “un sistema di audit con report periodici su costi, criticità, azioni intraprese e risultati ottenuti”. In sostanza chiedono che il servizio rifiuti venga finalmente messo sotto una lente pubblica continua e verificabile, perché la sensazione — politicamente pericolosa — è che oggi i cittadini vedano solo i disagi ma non comprendano né i benefici né la direzione del cambiamento.
La parte più preoccupante della nota è forse quella relativa alla cosiddetta “fase di transizione”. Un’espressione che, secondo le minoranze, starebbe diventando una formula buona per giustificare tutto: ritardi, problemi organizzativi, criticità persistenti. “Una transizione senza scadenza e senza indicatori verificabili non è una strategia, è un rinvio”, attaccano i consiglieri.
E in effetti il rischio esiste. Perché quando un nuovo servizio pubblico parte tra difficoltà operative, modifiche in corsa e varianti all’appalto dopo pochi mesi dall’avvio, inevitabilmente cresce la percezione di un sistema non ancora sotto controllo. Le opposizioni parlano apertamente di “servizio discontinuo”, di “criticità irrisolte” e di “controllo pubblico insufficiente”. Parole pesanti, che toccano un nervo scoperto: la capacità della politica di governare realmente i grandi servizi sovracomunali.
Particolarmente delicato è poi il passaggio relativo alla variante rifiuti 1/2025, sulla quale le minoranze sostengono di aver chiesto chiarimenti senza ricevere spiegazioni soddisfacenti. Da ciò che emergerebbe, spiegano, la “tariffa puntuale” sarebbe “ancora da definire nei suoi meccanismi concreti”, mentre i costi relativi a raccolta e trasporto continuerebbero ad aumentare. A questo si aggiungerebbe “l’assenza di dati realmente disaggregati e verificabili”.
Tradotto in termini politici: il timore è che si stia andando verso un aumento progressivo dei costi senza che esista ancora un quadro chiaro, pubblico e facilmente comprensibile di quanto tutto questo peserà realmente sulle tasche dei cittadini.
E c’è un altro passaggio che merita attenzione, perché tocca un tema spesso sottovalutato nel dibattito ambientale. Le opposizioni avvertono che “aumenti incontrollati delle tariffe rischiano infatti di generare anche comportamenti non virtuosi”. Un ragionamento pragmatico, forse persino scomodo, ma difficile da liquidare con superficialità. Se il costo del servizio viene percepito come eccessivo o ingiusto, il rischio è che si incrini anche il patto civico necessario per sostenere una raccolta differenziata efficace.
Per questo il documento non si limita alla denuncia ma pone domande molto concrete alle amministrazioni: quali strumenti intendono utilizzare? Entro quali tempi? Saranno necessarie ulteriori varianti all’appalto? E soprattutto: chi pagherà i costi aggiuntivi?
Perché il sospetto politico, neppure troppo velato, è che l’aumento dei passaggi di raccolta e dei correttivi organizzativi finisca inevitabilmente per scaricarsi sui cittadini. “Aumentare semplicemente i passaggi di raccolta significa scaricare ulteriori costi sui cittadini per servizi aggiuntivi che non erano previsti originariamente nel contratto”, accusano le minoranze.
Il punto finale, però, è forse quello più forte dal punto di vista democratico. “Non è accettabile che i Consigli comunali e i portatori d’interesse ricevano dati selettivi”. Una frase che suona come una richiesta di apertura totale, quasi un appello a rompere quella distanza crescente tra tecnicismi amministrativi e vita reale delle persone.
Perché sui rifiuti si gioca ormai molto più di un semplice servizio pubblico. Si gioca la credibilità delle amministrazioni, la fiducia dei cittadini e la sostenibilità sociale di una transizione ambientale che, senza chiarezza e senza equità, rischia di trasformarsi da opportunità in nuova fonte di tensione.