ATTUALITÀ ECONOMIA - 06 maggio 2026, 14:46

L’Italia non ha un salario minimo, il Comune di Aosta sì

Questa storia dei 9 euro l’ora messi nero su bianco dal Comune di Aosta è una di quelle vicende che, a guardarla bene, sta in equilibrio tra politica, diritto e un bel po’ di propaganda, nel senso neutro del termine, cioè costruzione di una linea politica

Il sindaco e Valeria Fadda

In Consiglio comunale passa una scelta chiara: negli appalti pubblici e nei servizi esternalizzati del Comune – quindi mense, pulizie, servizi affidati all’esterno – nessun lavoratore dovrà essere pagato meno di 9 euro l’ora. Non è una legge nazionale, non può esserlo, ma è una condizione che l’amministrazione si dà come stazione appaltante. E qui il punto politico è forte: mentre lo Stato italiano continua a non introdurre un salario minimo legale, Aosta prova a costruirsi una soglia “morale e amministrativa” dentro il proprio perimetro di spesa.

La spinta arriva dall’Alleanza Verdi e Sinistra, con il sostegno della maggioranza autonomista e del Partito Democratico. L’idea è semplice nella sua impostazione: se il Comune paga servizi, allora può anche decidere di non essere parte di quella catena di ribasso che spesso scarica il costo finale sui lavoratori. Da qui anche i criteri premiali nei bandi per le imprese che garantiscono almeno quella soglia e il dialogo con i sindacati per monitorare le condizioni di lavoro.

La vicesindaca, avvocato Valeria Fadda, rivendica la scelta come un uso pieno degli strumenti che un ente locale ha a disposizione: non cambiare il sistema nazionale, ma alzare l’asticella dove si può, cioè nella spesa pubblica locale. L’opposizione di centrodestra si astiene, con l’argomento classico: rischio di complicare le gare, effetti amministrativi non valutati fino in fondo, necessità di maggiore approfondimento tecnico.

Fin qui la politica locale, che già di per sé è abbastanza lineare. Ma il problema vero arriva quando si alza lo sguardo e si guarda al diritto. Perché nel frattempo, sul fronte nazionale e costituzionale, si muove una direzione molto più rigida.

La Corte costituzionale ha infatti bocciato una legge della Regione Toscana che introduceva un criterio premiale simile, legato proprio a un minimo di 9 euro orari nei bandi pubblici. La motivazione è pesante: la materia dei contratti pubblici e della concorrenza è competenza esclusiva dello Stato. Tradotto: le Regioni non possono introdurre criteri che alterino il meccanismo competitivo delle gare, anche se l’obiettivo è sociale o redistributivo.

Il punto interessante, e qui sta il nodo che riguarda anche Aosta, è che la Consulta non discute il principio politico – cioè la tutela salariale o la dignità del lavoro – ma il mezzo. Dice in sostanza: potete voler proteggere i lavoratori, ma non potete farlo cambiando le regole della gara pubblica fuori dal perimetro nazionale. L’equilibrio lo deve fissare lo Stato, non i singoli enti.

E allora la domanda diventa inevitabile: quello del Comune di Aosta è un atto politicamente forte ma giuridicamente stabile o è una scelta che regge solo finché resta dentro un perimetro interpretativo non troppo aggressivo?

Perché una cosa è chiara: un conto è inserire controlli sui contratti applicati, verificare il CCNL, evitare dumping contrattuale, usare clausole sociali previste dal Codice degli appalti; altra cosa è introdurre un minimo salariale come criterio premiale diretto, che rischia di essere letto come alterazione della concorrenza.

In mezzo, come spesso succede in Italia, ci sta la politica locale che prova a forzare i margini del sistema, e un ordinamento giuridico che tende a richiuderli.

La sensazione è che Aosta stia facendo un’operazione più simbolica che normativa, ma non per questo meno significativa: mettere nero su bianco che sotto una certa soglia non si vuole scendere, almeno nei servizi pagati dal Comune. È una scelta identitaria amministrativa, prima ancora che economica.

Poi però resta il terreno vero, quello che prima o poi arriva sempre: il conflitto tra autonomia politica locale e uniformità delle regole economiche nazionali. Ed è lì che questa storia dei 9 euro smette di essere solo una delibera comunale e diventa un piccolo caso di scuola su quanto spazio reale abbiano gli enti locali quando provano a incidere sulle condizioni del lavoro.

E la verità è che per ora Aosta quel spazio lo sta occupando tutto. Ma non è detto che resti così semplice farlo durare.

jean-paul savourel