ATTUALITÀ - 06 maggio 2026, 19:33

Cinquant’anni dopo, il Friuli che insegna all’Italia a rialzarsi

Nell’aula parlamentare, il deputato della Valle d'Aosta, Franco Manes ricorda il terremoto del 1976 e rende omaggio a una terra capace di trasformare la tragedia in un modello di rinascita fondato su autonomia, identità e responsabilità

C’è una memoria che non appartiene solo a un territorio, ma che diventa patrimonio collettivo di un intero Paese: è quella che, a cinquant’anni di distanza, continua a raccontare non solo la devastazione, ma soprattutto la dignità della ricostruzione.

Nell’aula parlamentare, il deputato valdostano Franco Manes ha rievocato in terza persona uno dei momenti più drammatici della storia repubblicana, restituendo al ricordo del sisma del 1976 un tono profondamente umano e condiviso. “L’Orcolàt, il demone del terremoto, come lo definiscono i friulani, fece sentire la sua voce cinquant’anni fa, il 6 maggio 1976”, ha esordito, evocando subito quell’immagine potente che ancora oggi attraversa la memoria collettiva del Friuli.

Manes ha ripercorso con parole misurate ma intense la portata della tragedia: “Il Friuli fu colpito da un terremoto devastante che sconvolse un’ampia area di oltre cento Comuni, provocando quasi mille vittime e lasciando decine di migliaia di persone senza casa”. Ma il suo intervento non si è fermato alla cronaca del disastro. Ha voluto sottolineare ciò che rese quell’evento qualcosa di più di una tragedia: “Il terremoto del Friuli non fu soltanto una tragedia nazionale: fu una prova durissima per una terra anche di montagna, aspra e generosa, abituata al lavoro e alla fatica”.

Una terra, ha insistito, “di confine e di autonomia, con una propria identità culturale, linguistica e istituzionale”. Ed è proprio qui che il discorso si è fatto più politico, più attuale. Perché nel racconto di Manes si intravede chiaramente un parallelo con altre realtà autonome, come quella valdostana, unite da un filo comune fatto di responsabilità e autogoverno. “Il senso di responsabilità delle comunità locali, la capacità di autogoverno, la forza di decidere il proprio destino anche nei momenti più difficili, fu subito evidente a tutto il Paese”.

Quando la terra tremò tra Gemona, Venzone e la Carnia, ha ricordato, non fu solo la distruzione a emergere, ma anche la forza identitaria di un popolo. “La distruzione fu immensa: interi paesi rasi al suolo, migliaia di edifici distrutti, una popolazione dispersa tra tendopoli, prefabbricati e ospitalità sulla costa. Eppure, accanto al dolore, prese forma qualcosa di straordinario”.

Quel qualcosa è diventato, negli anni, un modello studiato e spesso evocato: “La rinascita del Friuli fu una rinascita concreta e collettiva. Non calata dall’alto, ma costruita insieme: cittadini, amministratori locali, volontari e istituzioni”. E ancora: “Già nei primi mesi del 1977 vennero avviati i piani di ricostruzione, e in pochi anni si aprirono tutti i cantieri, secondo un principio semplice e potente: ‘com’era e dov’era’”.

Un principio che non è solo tecnico, ma profondamente culturale. “Si scelse di ricostruire i paesi nei luoghi originari, rispettandone la storia, l’identità, la memoria”, ha sottolineato Manes, citando proprio l’esempio emblematico di Venzone, ricostruita pietra su pietra, numerando ogni elemento per restituire al borgo il suo volto autentico.

Nel suo intervento, il deputato ha voluto dare spazio anche a quella solidarietà concreta che unì territori diversi. “Il ‘Fogolar Furlan’, la comunità friulana e valdostana con i suoi Alpini furono immediatamente operativi. Il villaggio Valle d’Aosta fu il primo ad essere messo in esercizio, sperimentando quella collaborazione e quel ‘savoir faire’ delle nascenti protezioni civili”. Un passaggio che suona quasi come un orgoglio silenzioso, ma evidente, per una Valle d’Aosta capace di esserci quando serviva.

Il cuore del discorso si è chiuso con un richiamo forte e attuale: “Il Friuli, terra di confine e di autonomia, ci insegna ancora oggi che la forza di una comunità risiede nella sua capacità di restare unita, di riconoscersi nella propria storia e di agire con responsabilità”. E poi l’omaggio finale: “Nel ricordo delle vittime e nell’esempio di chi seppe rialzarsi, rendiamo oggi omaggio non solo a una tragedia, ma a una delle pagine più alte della Repubblica: quella di un popolo che, dalle macerie, seppe ricostruire se stesso, senza perdere le proprie radici”.

Ecco, forse è proprio qui il punto che resta, Piero: il Friuli non è solo un ricordo da celebrare, ma un modello ancora scomodo da imitare davvero. Perché quella ricostruzione senza scandali, rapida e radicata nei territori, racconta di un’Italia capace di funzionare quando responsabilità, autonomia e comunità camminano insieme. E viene quasi da chiedersi, senza troppi giri di parole, perché quella lezione così limpida resti ancora oggi più citata che praticata.

pi.mi.