C’è una premessa che le forze politiche firmatarie mettono nero su bianco e che non lascia spazio a interpretazioni: “Il limite dei mandati è un caposaldo della democrazia”. A sottoscrivere questa posizione sono Uniti a Sinistra, Area Democratica Gauche Autonomiste, Movimento 5 Stelle, Partito della Rifondazione Comunista e Risorgimento Socialista, che richiamano con forza la legge regionale 7 agosto 2007, n. 21, e in particolare il comma 3 dell’articolo 3.
Il punto è chiaro e viene ribadito senza sfumature: “la norma stabilisce in modo inequivocabile il limite di due legislature per i membri della Giunta regionale, inclusi Presidente, Vicepresidente e Assessori”.
Per le forze firmatarie non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di un principio politico fondativo:
“un presidio fondamentale di democrazia e di equilibrio istituzionale, volto a evitare la concentrazione prolungata del potere e a garantire il ricambio nella guida della cosa pubblica”.
Il passaggio più politico arriva quando si entra nel merito della recente storia istituzionale valdostana. Le opposizioni ricordano infatti che, già prima delle elezioni regionali del 28 settembre 2025, avevano assunto una posizione netta:
“avevamo sostenuto con chiarezza che il Presidente Renzo Testolin e il Vicepresidente Luigi Bertschy non avrebbero potuto essere nuovamente nominati nella Giunta, in quanto già giunti al limite dei mandati previsto dalla normativa vigente”.
Nonostante ciò, denunciano, la realtà è stata diversa:
“essi sono stati riconfermati nei rispettivi ruoli apicali, in evidente contrasto con lo spirito e la lettera della legge”.
Il documento punta poi il dito anche sul piano istituzionale, chiamando direttamente in causa il vertice dell’assemblea regionale. Sul comportamento del Presidente del Consiglio Valle, Alberto Bertin, la critica è esplicita:
“viene denunciato l’atteggiamento pilatesco tenuto prima delle elezioni, non avendo sostenuto con la necessaria fermezza questa interpretazione e preferendo rinviare la questione a successive e bizantine letture della norma”.
Non meno dura la lettura dei cambiamenti di posizione nel quadro politico. Le forze firmatarie osservano infatti che:
“oggi, una volta passate all’opposizione, anche le forze di destra trovano la determinazione per rivendicare l’applicazione rigorosa della legge”, aggiungendo che si tratta di “una posizione tardiva e strumentale”.
Un altro fronte di critica riguarda il Partito Democratico valdostano, accusato di evitare il tema con cautela eccessiva:
“esprimiamo forte stupore per il comportamento del Partito Democratico della Valle d’Aosta, che continua a evitare il tema, dimostrando una preoccupante passività su questioni cruciali”.
Secondo le opposizioni, questa postura rischia di tradursi in un atteggiamento politico subalterno:
“dando l’impressione di voler inseguire equilibri politici contingenti, nella speranza di accodarsi alle scelte dell’Union Valdôtaine”.
La parte conclusiva del documento riporta il dibattito al cuore della questione: il senso stesso della norma del 2007. Le forze politiche respingono ogni lettura personalistica della legge:
“la legge non nacque per contrastare una singola figura politica, ma per impedire a chiunque — ieri come oggi — di consolidare uno strapotere duraturo”.
E aggiungono un elemento di contesto territoriale che rafforza la loro tesi:
“in una comunità piccola come la Valle d’Aosta, con poco più di 100.000 abitanti, il permanere per oltre dieci anni in posizioni di enorme potere comporta inevitabili ricadute dirette su cittadini con cui spesso esistono rapporti personali stretti”.
La richiesta finale è rivolta direttamente alle istituzioni regionali, senza mediazioni:
“al di là delle decisioni che potranno essere assunte dal Tribunale o dalla Corte costituzionale, chiediamo con fermezza che il Consiglio regionale ribadisca con chiarezza e senza ambiguità la validità e l’applicazione della legge regionale n. 21 del 2007”.
La chiusura è una sintesi politica e insieme un monito:
“il rispetto delle regole è il fondamento della democrazia”.