FEDE E RELIGIONI - 29 aprile 2026, 08:00

Famiglie e sacerdoti, l’alleanza che può rigenerare la Chiesa

Dal Vaticano un richiamo forte: senza comunità cristiane vive non nascono vocazioni. Il vescovo Gervasi indica la strada di una nuova alleanza tra famiglie e sacerdoti, mentre cresce l’urgenza di ripensare la formazione e il ruolo della Chiesa in una società che cambia

Presso la Casina Pio IV, nei giardini Vaticani, questa mattina 28 aprile, si è svolta la giornata di studio "Sacramento del matrimonio, fede e munus docendi" Ph. VN

In un tempo in cui la fede sembra spesso ridursi a fatto individuale e la comunità a semplice cornice, dal cuore del Vaticano arriva un richiamo che suona quasi controcorrente: la Chiesa o è relazione viva, o rischia di svuotarsi. E al centro di questa relazione, oggi più che mai, si impone la necessità di ricucire un legame che appare logorato: quello tra famiglie e sacerdoti.

È questo il filo rosso emerso dalla giornata di studio promossa dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita il 28 aprile nella Casina Pio IV, nei Giardini Vaticani, dedicata al tema “Sacramento del matrimonio, fede e munus docendi”. Un confronto ad alto livello che ha messo sul tavolo una questione tanto delicata quanto decisiva: come formare sacerdoti capaci di accompagnare davvero le famiglie, in una società che sembra sempre più distante dai riferimenti cristiani.

A indicare con chiarezza la direzione è stato il vescovo Dario Gervasi, che non ha usato mezzi termini: “La crisi che sta avvenendo nel matrimonio cristiano e la difficoltà dei sacerdoti a educare una fede necessaria per il sacramento del matrimonio, in realtà affondano le sue radici nella difficoltà di essere cristiani oggi”. Un’analisi che ribalta la prospettiva più comune. Non è solo una questione di vocazioni che mancano, ma di terreno che si è fatto arido.

“Il problema non è la mancanza delle vocazioni sacerdotali, ma la mancanza dei cristiani”, ha insistito Gervasi, sottolineando come “nei luoghi dove la fede è vissuta bene” tornino a nascere sia vocazioni al matrimonio sia al sacerdozio. Da qui la proposta, semplice quanto radicale: “Se stiamo insieme forse riusciamo a supportarci l’uno con l’altro oltre che a crescere l’uno con l’altro”. Un’alleanza, dunque, non teorica ma concreta, quotidiana, capace di sostenere reciprocamente fragilità e responsabilità.

Lo sguardo, però, non si ferma all’oggi. All’orizzonte c’è già un appuntamento che potrebbe segnare un passaggio importante: quello convocato da Papa Leone XIV per il prossimo ottobre, a dieci anni dall’esortazione apostolica Amoris Laetitia. Un momento di “ascolto reciproco” e “discernimento sinodale” che, nelle parole dello stesso Gervasi, rappresenta “un’occasione di grande rilievo”, perché permetterà di “riflettere insieme, ascoltando il punto di vista del mondo”, portando al tavolo le esperienze delle famiglie “in tutte le latitudini”.

Al centro della riflessione resta il nodo della formazione. La professoressa Gabriella Gambino ha richiamato con forza il tema del munus docendi, il compito di insegnare, sottolineando che il sacerdote deve essere “maestro di fede, accompagnatore spirituale”, capace di “accendere la vocazione battesimale nei giovani”. Ma il punto più incisivo è forse un altro: “Il matrimonio è una vocazione”, non semplicemente una condizione o uno status. E come tale richiede preparazione, consapevolezza, accompagnamento.

Una visione che rimanda direttamente al cuore dell’ecclesiologia del Concilio, in particolare alla Lumen Gentium, dove la Chiesa è pensata come comunità di vocazioni complementari. “La complementarietà delle vocazioni è essenziale per costruire la Chiesa”, ha ribadito Gambino, aggiungendo che se i sacerdoti devono essere formati per accompagnare le famiglie, “le famiglie devono custodire i sacerdoti, li devono far sentire accolti e non soli”.

Un passaggio che trova eco anche nelle parole di monsignor Simone Renna, che ha richiamato un aspetto spesso rimosso: la fragilità dei sacerdoti. “Il sacerdote non è soltanto un soggetto di cura, ma è anche un oggetto di cura”, ha spiegato, ricordando che dietro il ministero resta una persona, con i suoi limiti e le sue fatiche. “Noi sacerdoti abbiamo bisogno che qualcuno si prenda cura di noi”, ha aggiunto, sottolineando come le rinunce della vita sacerdotale non debbano trasformarsi in vuoti, ma in spazi abitati dalla comunità.

In controluce, emerge una fotografia della Chiesa che non può più permettersi compartimenti stagni: sacerdoti da una parte, famiglie dall’altra. La sfida è costruire legami veri, capaci di reggere anche nelle difficoltà. Perché, come lascia intendere questo confronto, senza una comunità che si riconosce e si sostiene, anche le vocazioni più forti rischiano di restare isolate. E una Chiesa fatta di solitudini difficilmente può parlare al mondo.

pi.mi.