FEDE E RELIGIONI - 27 aprile 2026, 18:00

Almanach de mardi 28 avril sainte Valérie

Col pensiero e nella confessione non si deve tornare sulle colpe accusate nelle confessioni precedenti. Per la nostra contrizione Gesù le ha perdonate al tribunale di penitenza. Là egli si è trovato dinanzi a noi e alle nostre miserie come un creditore di fronte a un debitore insolvibile. Con un gesto d'infinita generosità ha lacerato, ha distrutto le cambiali da noi sottoscritte peccando, e che non avremmo certo potuto pagare senza il soccorso della sua clemenza divina. Tornare su quelle colpe, volerle riesumare soltanto per averne ancora il perdono, soltanto per il dubbio che non siano state realmente e largamente rimesse, non sarebbe forse da considerare come un atto di diffidenza verso la bontà della quale aveva dato prova, lacerando egli stesso ogni titolo del debito da noi contratto col peccare?... Torni, se ciò può esser motivo di conforto alle anime nostre, torni pure il pensiero alle offese arrecate alla giustizia, alla sapienza, all'infinita misericordia di Dio: ma solo per piangere su di esse le lacrime redentrici del pentimento e dell'amore. (Padre Pio da Pietrelcina)

La Chiesa celebra Santa Valeria Sposa e martire

Valeria, moglie di Vitale e madre dei santi Gervasio e Protasio, emerge dalle pagine agiografiche come una figura di ieratica bellezza e incrollabile fede. La sua storia, avvenuta nel III secolo, si dipana tra Milano e Ravenna, intrecciandosi con le persecuzioni cristiane e la leggenda dei suoi figli martiri. Donna di nobile lignaggio, Valeria sposa Vitale, ufficiale romano, e insieme educano i figli nel culto cristiano. Quando la persecuzione di Diocleziano sconvolge l'impero, la loro fede incrollabile li conduce verso il martirio. Vitale, dopo aver accompagnato al patibolo il medico Ursicino, subisce torture e infine la morte per lapidazione. Valeria, nel tentativo di recuperare il corpo del marito, si imbatte in una banda di idolatri che la percuotono selvaggiamente per la sua fede. Ferita e stremata, giunge a Milano dove, tre giorni dopo, spira tra le braccia dei figli. La sua morte non è vana. Gervasio e Protasio, ispirati dalla sua tenacia, vendono i loro beni e si dedicano alla fede, subendo a loro volta il martirio.

La guerra non è mai una soluzione: è la resa dell’uomo alla propria incapacità di riconoscere nell’altro un fratello » (Papa Leone XIV)
È una frase semplice ma piuttosto tagliente. Il punto centrale non è solo la condanna della guerra in sé, ma l’idea che il conflitto nasca da un fallimento umano prima ancora che politico: l’incapacità di vedere l’altro come pari. E’ una frase efficace perché sposta la responsabilità. Non dà colpa solo ai “grandi della terra”, ma chiama in causa tutti, anche a livello culturale e quotidiano. E questo, oggi, è forse ancora più scomodo della denuncia della guerra stessa.