ATTUALITÀ POLITICA - 25 aprile 2026, 12:00

“Mi avete uccisa una volta, non fatelo di nuovo”: la voce di Libertà nel 25 Aprile che inquieta il presente

Un’intervista immaginaria e drammatica a una partigiana trucidata dai nazifascisti. Libertà torna a parlare, tra memoria e accusa, evocando Calamandrei e Mattarella per interrogare il nostro tempo, le sue ambiguità e i suoi silenzi

In questo 25 Aprile che rischia di scivolare nella retorica o, peggio, nell’indifferenza, abbiamo immaginato di dare voce a chi quella libertà l’ha pagata con la vita. Libertà è una partigiana senza volto e con tutti i volti: arrestata, torturata, uccisa. Oggi torna a parlare. Non per celebrare, ma per chiedere conto. Le sue parole non sono rassicuranti. Sono necessarie. Chi sei, Libertà?
“Sono una ragazza che non è diventata donna. Sono un nome inciso su una lapide che pochi leggono. Sono una voce che avete imparato a commemorare, ma non sempre ad ascoltare.”

Ti abbiamo chiamata nel giorno della Liberazione. Cosa significa per te il 25 Aprile oggi?
“Non è una festa, se vi limitate a sventolare bandiere senza capire perché. È un giorno scomodo. Dovrebbe farvi tremare le mani, non solo applaudire. Il 25 Aprile non è passato: è una domanda aperta.”

Se potessi guardare l’Italia di oggi, cosa vedresti?
“Vedrei smarrimento. Vedrei parole svuotate: patria, libertà, popolo. Vedrei chi gioca con la memoria, chi la piega, chi la dimentica. E vedrei anche chi resiste, ma spesso in silenzio.”

Hai combattuto contro il fascismo. Ti sembra che quella storia sia davvero chiusa?
“Le storie non finiscono mai davvero. Cambiano forma. Il fascismo non è solo un regime: è un modo di pensare, di escludere, di zittire. Quando qualcuno vi dice ‘non è il momento di dividere’, fate attenzione: spesso è il momento in cui si smette di distinguere.”

Cosa diresti a chi oggi banalizza o relativizza quel periodo?
“Direi di leggere le lettere dei condannati a morte. Di guardare negli occhi le madri. Di sentire il freddo delle celle. Non è materia per opinioni leggere. È sangue.”

Se dovessi citare qualcuno che parli anche per te?
“Piero Calamandrei lo ha detto meglio di me: ‘Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani…’. Non è retorica: è geografia della dignità.”

E oggi, chi dovrebbe parlare al Paese?
“Chi ricorda che la libertà non è mai garantita una volta per tutte. Il Presidente Sergio Mattarella lo ripete con sobrietà: la democrazia è vigilanza, è responsabilità. Non è un’eredità da consumare.”

Ti senti tradita?
“Non uso quella parola. Ma mi chiedo: per cosa sono morta? Per un Paese che discute se dirsi antifascista sia divisivo? Per una memoria che si accende solo un giorno all’anno?”

Cosa diresti ai giovani?
“Non lasciate che vi raccontino che tutto è già deciso. Anche noi eravamo pochi, impauriti, imperfetti. Ma abbiamo scelto. La libertà non è un monumento: è una scelta quotidiana, spesso scomoda.”

Se potessi lasciare un ultimo messaggio?
“Non uccidetemi una seconda volta con l’indifferenza. Non fate della mia morte una cerimonia. Fatene una responsabilità.”

red