ATTUALITÀ - 25 aprile 2026, 12:47

La libertà non è mai conquistata per sempre: il monito di Mattarella da San Severino Marche

Nel giorno della Liberazione, il Presidente della Repubblica richiama l’Italia alla responsabilità: memoria, democrazia e pace sono fragili e vanno difese ogni giorno. Da San Severino Marche un discorso che intreccia storia e presente, con un chiaro messaggio anche alla politica internazionale

Mattarella rende onore ai Caduti

Nel cuore delle Marche, lontano dai grandi palcoscenici istituzionali ma dentro la storia profonda del Paese, il 25 aprile di Sergio Mattarella ha assunto un significato che va oltre la celebrazione rituale. A San Severino Marche, città simbolo della Resistenza civile, il Capo dello Stato ha scelto ancora una volta di parlare al Paese partendo dai territori, da quelle comunità che hanno pagato sulla propria pelle il prezzo della libertà.

Una scelta tutt’altro che casuale. San Severino Marche è medaglia d’oro al merito civile, segnata da stragi nazifasciste e da una straordinaria rete di solidarietà che salvò centinaia di perseguitati. Qui la memoria non è retorica: è esperienza vissuta, tramandata, concreta.

E proprio da qui Mattarella ha rilanciato il senso più autentico del 25 aprile: non una ricorrenza polverosa, ma l’atto di nascita della democrazia italiana. Un passaggio fondativo che, ha ricordato, continua a interrogarci ogni giorno.

Il cuore del discorso sta in un concetto semplice e insieme potentissimo: libertà e pace non sono conquiste definitive. Sono beni fragili, esposti alle tensioni del presente, e per questo vanno custoditi con consapevolezza e responsabilità.

È qui che il Presidente alza il livello della riflessione. Non si limita alla memoria storica, ma la proietta nell’attualità, segnata da guerre, instabilità e ritorni di logiche di potenza. Il suo monito è netto: quando prevale “la legge del più forte”, il risultato è la barbarie.

Parole che suonano come un messaggio diretto non solo alla comunità internazionale, ma anche alla politica interna. Perché la democrazia – questo è il sottotesto – non vive di automatismi. Vive di scelte quotidiane, di equilibrio istituzionale, di rispetto delle regole e, soprattutto, di memoria.

Mattarella lo ha ricordato con chiarezza: la Resistenza non è solo una pagina di storia, ma il momento in cui un popolo ha ritrovato dignità e ha posto le basi della Costituzione.

E allora il 25 aprile diventa qualcosa di più di una celebrazione: diventa una chiamata collettiva alla coesione nazionale. Un invito a riconoscersi in valori comuni – libertà, giustizia, democrazia – che non appartengono a una parte, ma all’intero Paese.

C’è anche, tra le righe, una scelta politica precisa nel metodo del Presidente: portare la celebrazione fuori dai grandi centri, valorizzare le periferie della storia, dare voce a luoghi che spesso restano ai margini del racconto nazionale.

È un modo per dire che la Repubblica non è solo Roma, ma è fatta di comunità diffuse, di storie locali che insieme costruiscono l’identità italiana.

Alla fine, il messaggio che arriva da San Severino Marche è chiaro, quasi asciutto nella sua forza: la libertà non è un’eredità garantita. È una responsabilità.

E forse è proprio questo il punto più politico del discorso: in un tempo che si sente “arrivato”, autosufficiente, Mattarella ricorda che senza memoria non c’è futuro. E senza impegno, la democrazia può anche arretrare.

red. AC