ATTUALITÀ - 18 aprile 2026, 13:30

L’islam all’ombra del Cervino

Dalla valigia di cartone ai barconi nel Mediterraneo: cambiano i volti, non le storie. Un viaggio nella memoria per capire perché oggi gridare “remigrazione” significa non aver capito nulla

llustrazione generata con IA

Oggi in piazza gridano alla “remigrazione”. Ma qualcuno chieda ai loro nonni da dove sono venuti.

Oggi tornano in piazza. Con le bandiere, i megafoni, le facce indignate. Gridano che siamo invasi, che l’islam avanza, che bisogna rimandare tutti a casa.

Usano la parola “remigrazione” come se fosse normale, come se non sapessero — o non volessero sapere — cosa significa davvero quella parola. Significa treni. Significa confini. Significa qualcosa che questo continente ha già visto e di cui ha ancora vergogna.

Eppure guardiamoci attorno. Guardiamo questa piccola Valle d’Aosta, incassata tra le Alpi, che per decenni ha accolto tra le sue valli chi arrivava dalla Calabria, dalla Sicilia, dal Veneto, dalla Liguria.

Gente che parlava dialetti incomprensibili, che aveva usi diversi, che mangiava cose “strane”. Gente che oggi è diventata valdostana a tutti gli effetti — e i cui figli, i cui nipoti, sono esattamente quelli che adesso sfilano in corteo urlando “prima gli italiani”.

Se nel tuo condominio, al posto dei nomi siciliani, ci sono quelli marocchini, è perché la storia si ripete. Come sempre. Come è sempre stato.

Nel comune in cui abito, attraversando le strade, incontro cinesi, pakistani, arabi. Venti anni fa, al loro posto, c’erano famiglie con cognomi calabresi. Venti anni prima ancora, chi li guardava con sospetto erano i calabresi stessi. Il copione è identico: cambiano solo i costumi.

Ma c’è qualcosa che i manifestanti di oggi si rifiutano di mettere sul tavolo: perché tutta questa gente si è messa in cammino.

Non per capriccio. Non per invadere.

Perché noi — noi occidentali, con la nostra arroganza, con le nostre bombe e i nostri interessi petroliferi — abbiamo devastato l’Africa e il Medio Oriente. Abbiamo bombardato popolazioni che non ci avevano fatto niente. Abbiamo sostenuto dittatori finché faceva comodo e li abbiamo abbattuti quando non servivano più, lasciando il vuoto. Un vuoto che si riempie di disperazione.

“Chi è causa del suo mal pianga se stesso.” Ma il male, qui, lo abbiamo fatto noi.

Allora parliamoci chiaro: quando una madre mette suo figlio su un gommone nel mezzo del Mediterraneo, consapevole che forse non arriverà dall’altra parte, non lo fa per invadere la Valle d’Aosta.

Lo fa perché morire annegata sembra meno terribile che guardare i propri figli morire di fame.

Questa è l’equazione. Semplice, brutale, indiscutibile.

E allora, se domani per strada troveremo un bambino che non ha un nome valdostano, che parla una lingua che non capiamo, che prega in un modo diverso dal nostro, forse — prima di alzare il cartello — varrebbe la pena farsi una domanda. Una sola.

Quella che i nonni di chi oggi manifesta avrebbero voluto che qualcuno si facesse, quando scendevano dal treno a Pont-Saint-Martin con la valigia di cartone.

Oggi gli emarginati, gli sfortunati, gli ultimi non sono solo gli immigrati o quelli che hanno per letto una panchina della stazione.

Molti di loro sono italiani che la sorte ha privato prima del lavoro, poi degli affetti, infine della casa. Persone che si ritrovano a vagare a testa bassa, vergognandosi della propria condizione.

Questa è la società che non perdona chi cade. È la società dello sfruttamento, della speculazione, della finanza che divora tutto ciò che è fragile.

Per questo, quando passi accanto a quella panchina, chiediti chi dorme sotto quella coperta.

Potrebbe essere un tuo ex compagno di giochi. Oppure un migrante a cui la nostra stessa società ha bombardato la casa — in senso reale o metaforico — prima di voltarsi dall’altra parte.

Vittore Lume-Rezoli