Chez Nous - 14 aprile 2026, 08:00

Blasphèmes et chuchotements

Bestemmie e sussurri

Tra le parole violente di Donald Trump contro Papa Leone XIV e il silenzio imbarazzato della politica italiana, si consuma l’ennesimo cortocircuito tra fede ostentata e coerenza mancata. Da Salvini a Meloni, tra slogan religiosi e prudenze strategiche, il risultato è una voce pubblica che sussurra quando dovrebbe parlare chiaro.

Le parole hanno un peso. Sempre. Ma quando arrivano da chi ambisce a guidare una nazione – o da chi quella nazione la governa – il loro peso diventa responsabilità. È per questo che le dichiarazioni di Donald Trump contro Papa Leone XIV non possono essere archiviate come una delle tante provocazioni sopra le righe di un leader abituato a trasformare l’insulto in linguaggio politico. No, qui siamo oltre: siamo alla bestemmia civile, allo sfregio deliberato nei confronti di un’istituzione che, piaccia o meno, rappresenta milioni di fedeli nel mondo.

Eppure, più delle parole di Trump – rumorose, sguaiate, coerenti nella loro brutalità – colpisce il silenzio di chi, in Italia, ama riempirsi la bocca di Dio quando serve raccogliere consenso. Perché è proprio qui che il cortocircuito diventa evidente, quasi imbarazzante.

Prendiamo Matteo Salvini. Lo stesso che anni fa liquidava Papa Francesco con un glaciale “non è il mio Papa”, salvo poi riscoprire improvvisamente rosari e presepi nei comizi. Oggi, di fronte agli attacchi a Leone XIV, il tono si abbassa, la voce si fa prudente, quasi impercettibile. Un sussurro, appunto. Perché? Perché stavolta l’offensore è un alleato politico, un riferimento internazionale, uno con cui conviene non rompere.

E poi c’è Giorgia Meloni, che ha costruito una parte della sua narrazione su quella triade identitaria – Dio, patria, famiglia – ripetuta come un mantra. Una formula potente, evocativa, capace di parlare a una certa Italia profonda. Ma quando Dio viene insultato, o meglio, quando viene colpito chi lo rappresenta per milioni di credenti, quella stessa voce si spegne. Nessuna presa di posizione netta, nessuna parola che segni una linea. Solo prudenza, calcolo, silenzio.

E allora la domanda diventa inevitabile: che valore hanno quelle parole, se valgono solo quando non costano nulla? Che credibilità ha chi invoca la fede come bandiera identitaria, ma la mette in tasca quando rischia di disturbare un equilibrio politico?

Perché qui non si tratta di essere credenti o meno. Si tratta di coerenza. Se si decide di portare Dio nello spazio pubblico, di usarlo come elemento di legittimazione politica, allora bisogna accettare anche l’onere di difenderlo quando viene attaccato. Altrimenti siamo davanti a una religione a geometria variabile, buona per i comizi e inutile nei momenti che contano.

Trump, in questo senso, è quasi rassicurante nella sua brutalità. Dice quello che pensa, senza filtri, senza ipocrisie. Le sue parole possono indignare – e devono farlo – ma non sorprendono. Sono bestemmie urlate, violente, che non cercano di nascondersi.

La politica italiana, invece, sceglie la strada opposta: quella dei sussurri. Delle mezze frasi, delle non-posizioni, dei silenzi strategici. Un atteggiamento che non scandalizza, ma logora. Perché trasmette un messaggio ancora più pericoloso: non che tutto sia lecito, ma che tutto sia negoziabile.

Anche i valori. Anche la fede. Anche il rispetto istituzionale.

E in questo gioco di equilibri, la figura di Leone XIV finisce per diventare quasi secondaria, un bersaglio occasionale in una partita molto più ampia, dove contano le alleanze, i rapporti di forza, i calcoli elettorali. È il trionfo della politica come opportunismo, dove persino l’indignazione viene dosata con il contagocce.

Il risultato è un Paese che parla molto di identità ma fatica a praticarla. Che invoca radici cristiane ma evita accuratamente di difenderle quando diventa scomodo. Che si scandalizza a corrente alternata, a seconda di chi pronuncia le parole e di quanto pesa nello scacchiere internazionale.

E allora sì, restano le bestemmie e i sussurri. Le prime fanno rumore e indignano. I secondi passano quasi inosservati, ma raccontano molto di più. Raccontano una politica che ha smarrito il coraggio di dire ciò che pensa davvero, soprattutto quando quel pensiero rischia di avere un costo.

E alla fine, forse, è proprio questo il problema più grande: non chi urla troppo, ma chi sceglie di non parlare affatto.

Bestemmie e sussurri

Entre les sorties violentes de Donald Trump contre Papa Leone XIV et le silence gêné de la classe politique italienne, se joue une énième farce nationale: celle d’une foi exhibée comme un accessoire de campagne et remisée dès qu’elle devient encombrante. De Matteo Salvini à Giorgia Meloni, entre slogans pieux et prudences de boutiquiers, la voix publique préfère chuchoter quand il faudrait hurler clair.

Les mots ont un poids. Toujours. Mais quand ils sortent de la bouche de ceux qui rêvent de diriger un pays — ou qui le dirigent déjà — ce poids devient une responsabilité. Voilà pourquoi les déclarations de Trump ne relèvent pas du simple folklore provocateur d’un tribun habitué à transformer l’insulte en programme politique. Non. Là, on est dans le blasphème civique, dans la gifle assumée à une institution qui, qu’on l’aime ou non, parle à des millions de croyants.

Mais au fond, Trump n’est pas le plus intéressant dans cette histoire. Lui, au moins, joue carte sur table. Il cogne, il insulte, il déborde — et il le fait sans masque. C’est brutal, vulgaire, parfois grotesque. Mais c’est cohérent.

Ce qui frappe vraiment, c’est le mutisme des dévots de circonstance made in Italy. Ceux qui brandissent Dieu comme un gri-gri électoral et qui, soudain, deviennent aphones quand il s’agit de défendre celui qu’ils prétendent incarner dans leurs discours.

Prenons Salvini. Le même qui, hier, liquidait Papa Francesco d’un « ce n’est pas mon pape », avant de dégainer chapelets et crèches sur les estrades. Aujourd’hui? Silence radio ou murmure diplomatique. Pourquoi? Parce que l’insulte vient d’un allié, d’un copain de combat, d’un poids lourd avec qui il vaut mieux éviter de se fâcher. La foi, oui — mais pas au prix d’une brouille.

Et puis Meloni. « Dieu, patrie, famille » — le triptyque sacré, récité comme un slogan publicitaire. Une formule qui claque, qui rassure, qui flatte une certaine Italie. Mais quand Dieu se fait malmener, quand celui qui le représente prend des coups, plus personne au micro. Pas un mot de trop, surtout pas une ligne claire. Juste du calcul, de la retenue, du silence bien pesé.

Alors la question devient simple, presque brutale: à quoi servent ces grandes déclarations si elles ne coûtent rien? Quelle crédibilité pour une foi qu’on sort en meeting et qu’on range dès qu’elle dérange?

Ici, il ne s’agit même pas de croire ou de ne pas croire. Il s’agit de cohérence. Si l’on décide d’instrumentaliser Dieu dans le débat public, il faut aussi accepter d’en assumer la défense quand ça chauffe. Sinon, ce n’est plus de la foi — c’est du marketing.

Trump, lui, crie. L’Italie politique murmure. Et entre les deux, il y a un monde. D’un côté, la brutalité assumée. De l’autre, l’hypocrisie feutrée. Et c’est peut-être cette dernière qui est la plus corrosive. Parce qu’elle instille une idée simple et dangereuse: tout est négociable.

Même les valeurs. Même la foi. Même le respect.

Dans ce petit théâtre d’équilibres, Leone XIV devient presque un figurant, une cible de circonstance dans une partie bien plus large où comptent surtout les alliances et les calculs. L’indignation elle-même y est rationnée, distillée au compte-gouttes, comme une ressource stratégique.

Résultat: un pays qui parle d’identité à longueur de discours mais qui tremble dès qu’il faut la défendre. Un pays qui invoque ses racines chrétiennes mais regarde ailleurs quand elles sont piétinées. Un pays qui s’indigne à géométrie variable, selon l’auteur de l’offense et son poids sur l’échiquier.

Alors oui, il reste les blasphèmes et les chuchotements. Les premiers font du bruit. Les seconds font système.

Et au bout du compte, le vrai problème n’est peut-être pas celui qui hurle trop fort. Mais tous ceux qui ont choisi de ne plus parler du tout.

piero.minuzzo@gmail.com