Alla fine del suo mandato come direttore dell'USL della Valle d'Aosta, Massimo Uberti ha voluto rivolgere un messaggio preciso al mondo del giornalismo locale: il ruolo dei giornalisti, ha detto, è decisivo per la sanità pubblica.
Una dichiarazione forte, che porta con sé una responsabilità altrettanto forte. Ma c'è un'altra domanda che quella frase, riletta oggi, inevitabilmente solleva: e il ruolo dei cittadini? E — ancora più in fondo — che cosa resta del ruolo del giornalista stesso, in una società che ha smesso di rispondere?
Basta fare un giro tra i giornali online valdostani — sei, sette testate — per accorgersi di qualcosa che fa riflettere. Sotto ogni articolo, anche quelli che trattano temi delicati come la sanità, il territorio o la politica locale, si trovano al massimo uno o due commenti. A volte un “mi piace” solitario. Nient’altro.
Eppure le notizie ci sono. Le dichiarazioni pure. E qualcosa, nella mente di chi legge, deve pur passare: un dubbio, una critica, una domanda. Ma quella voce interiore sembra non trovare mai la strada verso lo spazio pubblico. Rimane lì, silenziosa, e la pagina scorre.
È lecito chiedersi se non ci troviamo di fronte a un fenomeno più profondo della semplice pigrizia digitale. Il distacco che si registra nei commenti online rispecchia forse lo stesso distacco che si vede alle urne. La gente non vota e non scrive. Non perché non abbia opinioni, ma forse perché ha smesso di credere che quelle opinioni cambino qualcosa.
Politica e giornalismo, due pilastri della democrazia partecipativa, sembrano essere diventati — agli occhi di molti — uno schermo su cui scorre uno spettacolo già scritto. E lo spettatore, come diceva Pirandello, resta in platea a guardare una scena che non cambia mai.
Ma in questa platea sempre più silenziosa c’è forse anche chi quella scena avrebbe il compito di raccontarla. Il giornalista, un tempo voce del cambiamento, rischia oggi di sentirsi egli stesso ai margini: scrive, pubblica, lancia domande nell’aria — e l’aria non risponde.
In una società sopita, anche chi dovrebbe tenere accesa la lampada del dibattito pubblico può cedere alla stanchezza, alla sensazione di parlare nel vuoto. La demotivazione non è una colpa individuale: è il riflesso di un sistema in cui la circolarità democratica — informare, partecipare, decidere — si è inceppata da qualche parte lungo il percorso.
Sul tema della sanità, in particolare, sembra sceso un velo di rassegnazione collettiva. Eppure è proprio lì — negli ospedali, nei pronto soccorso, nelle liste d’attesa — che le decisioni politiche toccano la vita concreta delle persone. Se c’è un ambito in cui il giornalismo dovrebbe accendere il dibattito, e i cittadini dovrebbero sentirsi chiamati a partecipare, è questo.
Il messaggio di Uberti ai giornalisti resta allora una sfida aperta. Ma forse vale la pena rilanciarla in entrambe le direzioni: verso chi scrive e verso chi legge.
Essere informati non basta. Informare senza essere ascoltati logora. La democrazia si nutre di voci, anche scomode, anche imperfette — e di chi abbia ancora voglia di raccoglierle. Il silenzio nei commenti non è neutralità: è assenza. E l’assenza, nella vita pubblica, ha sempre un costo.
E allora vale la pena ricordare che la fonte primaria dell’idea secondo cui l’informazione deve essere il cane da guardia della democrazia risiede nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha codificato questa metafora nel diritto europeo della libertà di stampa.
Tocca a noi, come stampa libera, essere il megafono dei cittadini, portare avanti le loro rimostranze e chiedere — anzi pretendere — che la politica risponda.