Cento bovine iscritte, novanta scese nell’arena. Numeri importanti, sì. Ma dietro quei numeri ci sono nomi, famiglie, stalle, sveglie prima dell’alba, inverni lunghi e silenziosi, mani che conoscono il lavoro e occhi che sanno leggere gli animali. Qui non si improvvisa nulla.
E allora i nomi di oggi non sono solo vincitrici. Sono storie.
E proprio i Frères Quendoz, in casa, hanno piazzato cinque reines. Non è un dettaglio. È un segnale. È la dimostrazione che qui l’allevamento non è una tradizione da raccontare al passato, ma una realtà viva, competitiva, orgogliosa.
Poi c’è Corbò, 705 chili di forza e presenza, incoronata regina del peso. Anche qui: non solo numeri, ma lavoro. Selezione. Cura.
Lo ha detto chiaramente anche Roberto Bonin:, presidente dell'Association: qui non c’è violenza, non c’è forzatura. C’è un confronto naturale, regolato, rispettoso. Chi conosce le reines lo sa: combattono perché lo vogliono, perché è nella loro natura stabilire una gerarchia. L’uomo, semmai, ha imparato a rispettare questa dinamica.
E allora la domanda è scomoda, ma inevitabile: perché fuori da queste arene questo mondo viene così spesso frainteso?
Perché si continua a raccontare l’allevatore come un residuo del passato, quando invece è custode di un equilibrio delicatissimo tra territorio, animali e comunità?
A Jovençan oggi si è vista un’altra verità. Si è visto che dietro ogni reina c’è una famiglia. C’è una cultura che non si studia sui libri, ma si trasmette nei gesti. C’è un’identità che non si può delocalizzare.
Le Batailles de Reines non sono solo un evento. Sono un linguaggio. Sono la Valle d’Aosta che parla di sé senza filtri, senza mediazioni, senza vergogna.
E forse è proprio questo che dà fastidio a qualcuno.
Perché qui non ci sono slogan, ma radici. Non ci sono mode, ma continuità. Non c’è finzione, ma verità.
La stagione è appena iniziata. Il prossimo appuntamento è già fissato: il 19 aprile a Gignod. Un’altra arena, altre reines, altre storie.
Ma una certezza resta: finché ci saranno allevatori disposti a portare avanti tutto questo, la Valle d’Aosta non sarà mai davvero periferia.
Sarà, semplicemente, sé stessa.