CRONACA - 08 aprile 2026, 18:00

Scialpinismo e fuoripista in primavera: più libertà ma meno certezze sulla neve

Con l’allungarsi delle giornate aumenta il richiamo dell’alta quota, ma la stabilità del manto nevoso resta una variabile complessa. Le Guide Alpine Italiane invitano alla prudenza: osservazione, metodo e autonomia di giudizio sono le vere chiavi per ridurre i rischi

La guida Alpina Davide Spini

La primavera è, per molti appassionati, la stagione più seducente dello scialpinismo. Le giornate si allungano, le temperature diventano più miti e l’alta quota torna accessibile con maggiore continuità. Eppure, dietro questa apparente stabilità, si nasconde uno dei periodi più insidiosi per la lettura del terreno innevato.

A ricordarlo è Guide Alpine Italiane, attraverso le parole di Davide Spini, che invita a non lasciarsi ingannare da quella che definisce “una stagione favorevole solo in apparenza”. “La primavera è probabilmente la stagione più favorevole per lo scialpinismo – spiega – perché il manto nevoso tende a essere più stabile e le giornate sono più lunghe. Ma questa è una semplificazione che può diventare pericolosa”.

Il nodo centrale resta la complessità del manto nevoso. Se è vero che l’irraggiamento solare e le temperature più alte favoriscono il consolidamento della neve, è altrettanto vero che i problemi non scompaiono, ma cambiano forma. “Il rischio più intuitivo è quello legato alla neve bagnata, ma non è l’unico. Diverse situazioni possono sovrapporsi e creare scenari difficili da interpretare”, sottolinea Spini.

Sotto la superficie, infatti, possono nascondersi insidie meno evidenti: strati deboli persistenti, brina di profondità o cristalli sfaccettati. “In alcuni casi si tratta di veri e propri ‘pericoli dormienti’: poco probabili, ma con conseguenze potenzialmente molto gravi”.

È proprio questa combinazione di stabilità apparente e fragilità nascosta a rendere la primavera una stagione che richiede metodo e disciplina, soprattutto quando si affrontano itinerari più complessi. “È fondamentale pianificare bene le tempistiche, partire presto e mantenere sempre un margine di sicurezza”, aggiunge. “Anche piccole valanghe, su terreno ripido, possono avere conseguenze fatali”.

Ma come si riconosce un pendio instabile? La montagna, spiegano le Guide Alpine, manda segnali chiari a chi sa osservarli. “La presenza di valanghe recenti su pendii simili a quelli che vogliamo percorrere è il segnale più evidente”, evidenzia Spini. Subito dopo arrivano i cosiddetti “whumpf”, i rumori di assestamento del manto nevoso, e la comparsa di fessurazioni.

Più complessi da interpretare sono invece i test di stabilità, oggi sempre più diffusi anche sui social. “Possono fornire informazioni utili, ma affidare la decisione di salire o scendere un pendio al solo risultato di un test è una semplificazione molto pericolosa”, avverte. “Il manto nevoso varia nello spazio e nel tempo: un test può essere rappresentativo oppure no, e capirlo richiede esperienza”.

La gestione del gruppo e la scelta del tracciato restano elementi decisivi. In salita, la regola è prudenza: “Si scelgono linee più sicure, pendii meno ripidi, dorsali e creste. È una scelta che permette anche di raccogliere informazioni sulla neve”.

In discesa, invece, entrano in gioco velocità ed esposizione. “Se le condizioni lo consentono, ci si può concedere qualche pendio più ripido, ma sempre con disciplina: uno alla volta, da zona sicura a zona sicura”. Una strategia che riduce il rischio collettivo e consente, in caso di incidente, un intervento più rapido dei compagni.

Esperienza e osservazione sono fondamentali, ma non bastano se diventano automatismi. “Imparare sbagliando può funzionare in altri contesti, ma nella neve fresca il primo errore può essere fatale”, osserva Spini. E c’è un rischio ancora più sottile: quello dell’abitudine. Muoversi spesso negli stessi luoghi può portare a sottovalutare situazioni nuove o condizioni anomale, sempre più frequenti con i cambiamenti climatici.

Tra le trappole mentali più diffuse c’è poi quella del “gregge”. Vedere altre tracce o gruppi sullo stesso itinerario genera un senso di sicurezza spesso ingiustificato. “Se molte persone fanno una cosa, tendiamo a pensare che sia sicura. Ma non è così: anzi, aumenta la probabilità di distacco di una valanga”.

Per mantenere un approccio lucido, le Guide Alpine suggeriscono una domanda semplice ma efficace: “Se fossimo qui senza tracce, solo noi, cosa faremmo?”. Una riflessione che può aiutare a recuperare autonomia di giudizio e a prendere decisioni più prudenti.

Alla fine, la vera competenza si costruisce unendo pratica e conoscenza. “Oggi esistono molte risorse valide, ma è importante non affidarsi a improvvisati ‘influencer della neve’”, conclude Spini. “Affiancare l’esperienza sul campo con percorsi formativi, magari con le guide alpine, è il modo migliore per sviluppare un metodo solido”.

Perché in montagna, soprattutto in primavera, la differenza non la fa solo la tecnica, ma la capacità di accettare la complessità. E di muoversi, passo dopo passo, senza illusioni di sicurezza. (fonte Guide alpine Italiane)

je.fe.