FEDE E RELIGIONI - 04 aprile 2026, 08:00

Venerdì Santo, il silenzio della Croce nella voce dei poeti

Nel Sabato Santo, tempo sospeso tra morte e resurrezione, la Croce continua a parlare attraverso i versi di poeti e scrittori di ogni epoca, tra fede, dubbio e profonda umanità

All’indomani del Venerdì Santo, quando la liturgia si fa silenzio e la parola sembra lasciare spazio all’attesa, resta la Croce. Due semplici assi di legno incrociate, una orizzontale e una verticale. Nulla di più, eppure tutto. È forse questa essenzialità a renderla uno dei simboli più potenti e interrogativi della storia umana.

Nel Sabato Santo, giorno sospeso per eccellenza, la Croce non è più solo memoria della Passione, ma diventa spazio di riflessione, di domanda, perfino di inquietudine. Ed è proprio in questo spazio che, nei secoli, si sono inseriti poeti e scrittori, credenti e non, nel tentativo di dare voce a un mistero che sfugge a ogni definizione.

Tra i primi a trasformare il dolore della Croce in poesia c’è Jacopone da Todi, che nel suo celebre Stabat Mater fissa lo sguardo sulla Vergine Maria ai piedi del Figlio: “Stabat Mater dolorósa/ iuxta crucem lacrimósa,/ dum pendébat Fílius”. Versi che nei secoli hanno attraversato la musica e la cultura europea, ispirando generazioni di compositori.

Non poteva mancare Dante Alighieri, che nella sua Divina Commedia colloca l’intero viaggio ultraterreno proprio nei giorni della Settimana Santa. Nel Paradiso, la figura della Vergine e il sacrificio di Cristo emergono con forza simbolica: “In forma dunque di candida rosa/ mi si mostrava la milizia santa/ che nel suo sangue Cristo fece sposa”.

Nel Quattrocento, il drammaturgo francese Jean Michel, con la sua monumentale Passion, dà voce al dialogo tra madre e Figlio sulla Croce, restituendo tutta la drammaticità di un evento che è al tempo stesso umano e divino: “Io sarò appeso e tirato, tanto che si conteranno tutte le mie ossa (…) Bisogna compiere le scritture”.

Con l’Ottocento, la riflessione sulla Croce si fa ancora più intima. Alessandro Manzoni descrive un Cristo silenzioso e innocente: “Egli è il Giusto che i vili han trafitto,/ Ma tacente, ma senza tenzone”. Mentre in Francia Paul Verlaine, tra i poètes maudits, porta il lettore ai piedi del Golgota con immagini di straordinaria intensità: “Figlio mio, bisogna amare… e le mie mani!”.

È però il Novecento a moltiplicare gli sguardi sulla Croce. Il dolore si frammenta, si umanizza, si interroga. Il poeta Angiolo Silvio Novaro affida ancora una volta alla figura della Madonna il racconto della sofferenza: “Mentre la terra trema/ e il sol vien meno…”.

Diversa, quasi provocatoria, è la domanda di Jorge Luis Borges, definito da Leonardo Sciascia “teologo ateo”: “A cosa può servirmi che quell'uomo abbia sofferto, se io soffro ora?”. Una domanda che attraversa il tempo e arriva intatta fino a noi, soprattutto in un’epoca che fatica a trovare senso nel dolore.

La tradizione poetica cristiana del Novecento trova una delle sue espressioni più alte in Paul Claudel, che nella sua Via Crucis poetica scrive: “Salve, o Croce… è troppo solenne l’ora, quando il Cristo accetta la Croce eterna!”. Ma anche nella voce intensa e profondamente umana di Alda Merini, capace di trasformare il martirio in speranza: “Ecco il Padre amorevole… e fa piovere dal cielo quella manciata di rose che noi umani chiamiamo cristianesimo”.

E ancora Mario Luzi, che nella Via Crucis del Colosseo del 1999 affida alla parola poetica l’ultimo grido di Cristo: “Perché Padre mi hai abbandonato?”. Un grido che resta, profondamente umano, anche nel silenzio del Sabato Santo.

Infine Clemente Rebora, che nella sofferenza personale trova una forma di partecipazione alla Croce: “La misericordiosa bontà di Gesù Crocifisso… mi fa celebrare il Sacrificio della Croce”.

Nel giorno del silenzio, dunque, la Croce continua a parlare. Non con la voce delle certezze, ma con quella delle domande. E forse è proprio questo il suo messaggio più attuale: non offrire risposte facili, ma restare lì, piantata nella storia e nella coscienza degli uomini, a interrogare ogni tempo. Anche il nostro.

je-sa.