C’è una parola che sintetizza perfettamente la scelta del governo: rinviare. Con la proroga del taglio delle accise su benzina e gasolio fino all’1 maggio, il duo Meloni-Giorgetti sceglie ancora una volta la via dell’intervento tampone, evitando nell’immediato un’impennata dei prezzi ma senza sciogliere il nodo di fondo: la dipendenza fiscale ed energetica dai carburanti.
Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri mantiene lo sconto di 24,4 centesimi al litro, scongiurando un aumento che avrebbe portato il diesel oltre i 2,3 euro al litro, superando persino i picchi registrati durante la fase più acuta della guerra in Ucraina nel 2022. Una soglia simbolica e psicologica, prima ancora che economica.
Il prezzo della proroga è tutt’altro che marginale: tra i 400 e i 500 milioni di euro in poche settimane. Una cifra significativa, soprattutto in un contesto di finanza pubblica già sotto pressione.
Le coperture individuate dal governo raccontano molto della natura dell’intervento. Da un lato, il maggiore gettito IVA derivante dall’aumento dei prezzi stessi – un paradosso fiscale per cui lo Stato incassa di più proprio grazie al caro carburanti che tenta di calmierare. Dall’altro, circa 200 milioni provenienti dal sistema europeo delle emissioni (ETS CO₂), cioè risorse pensate per la transizione ecologica che vengono di fatto reindirizzate per contenere gli effetti dell’energia fossile.
È una scelta che apre una contraddizione evidente: si finanzia il contenimento dei prezzi dei carburanti utilizzando strumenti nati per ridurne l’uso.
I sereni Giorgetti e Meloni
Il governo rivendica risultati positivi nel confronto con gli altri grandi Paesi europei. E i numeri, almeno in parte, gli danno ragione: l’aumento dei prezzi in Italia è stato più contenuto rispetto a Francia, Germania e Spagna.
Ma attenzione: questo vantaggio è in larga misura artificiale, perché costruito proprio attraverso il taglio delle accise. Senza quell’intervento, i prezzi italiani sarebbero perfettamente allineati – se non superiori – a quelli europei.
In altre parole, non è il mercato italiano a funzionare meglio, ma è lo Stato che sta intervenendo per attutire l’impatto.
Accanto alla proroga, arrivano interventi complementari: uno sconto di 5 centesimi al litro sulle autostrade, promosso dal ministero guidato da Matteo Salvini, e l’estensione del credito d’imposta al 20% per le imprese agricole.
Misure che però sollevano due questioni. La prima è l’efficacia reale: uno sconto di pochi centesimi rischia di essere assorbito rapidamente dalle oscillazioni del mercato. La seconda è l’equità: alcune categorie, come gli autotrasportatori più “green”, restano ancora escluse, alimentando tensioni e richieste di ampliamento dei benefici.
Il punto più critico, però, resta sullo sfondo. L’Italia continua a gestire la questione carburanti in modalità emergenziale, senza una strategia strutturale.
Il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari al barile, alimentato dalle tensioni in Medio Oriente e dal rischio di un conflitto più ampio in Iran, non è un evento temporaneo ma il segnale di un’instabilità destinata a durare. Lo ha sottolineato anche il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, avvertendo che nuovi interventi potrebbero essere necessari, ma con margini sempre più ridotti.
Ed è qui che emerge il limite politico della scelta: continuare a tagliare le accise significa spostare il problema nel tempo, accumulando costi senza modificare le cause.
La proroga è, in definitiva, una decisione comprensibile sul piano sociale e politico. Lasciare i prezzi liberi di salire avrebbe avuto un impatto immediato su famiglie e imprese, con effetti a catena sull’inflazione.
Ma è anche una misura che non può diventare strutturale. Perché ogni proroga aumenta il costo complessivo e riduce lo spazio fiscale per interventi più mirati e duraturi: dalla riduzione strutturale del cuneo fiscale alla transizione energetica, fino agli investimenti in mobilità alternativa.
Il rischio è quello di una politica economica ostaggio dell’emergenza, dove ogni crisi impone una risposta rapida ma impedisce una visione di lungo periodo.
E allora la vera domanda non è se prorogare ancora il taglio delle accise.
Ma quanto a lungo l’Italia può permettersi di farlo senza cambiare davvero rotta.