ATTUALITÀ - 30 marzo 2026, 17:23

Te lo sei meritato: rompere il silenzio sulla sindrome dell’impostore

Non è solo una sensazione. Non è fragilità. Non è insicurezza personale. È un meccanismo profondo, radicato, che riguarda milioni di donne — anche quelle che ce l’hanno fatta.

Si chiama sindrome dell’impostore. E oggi, finalmente, qualcuno ha deciso di chiamarla per nome.

Cittadinanzattiva lancia la campagna «Te lo sei meritato», un progetto di comunicazione sociale che punta dritto al cuore del problema: l’empowerment femminile e il diritto — troppo spesso negato — di riconoscere il proprio valore.

Lo spot, in onda sui canali di Sky dal 29 marzo al 5 aprile, è essenziale, diretto, quasi spiazzante. Trenta secondi in bianco e nero che raccontano una verità scomoda: quante donne, anche ai vertici, continuano a sentirsi “fuori posto”?

Le protagoniste non sono figure qualsiasi. Sono storie forti, concrete: Victoire Gouloubi, chef e voce dell’Africa contemporanea; Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia; Roberta Noè, giornalista di Sky Sport.

Donne che ce l’hanno fatta. E che, proprio per questo, smontano il mito più pericoloso: quello che il successo femminile sia spesso “casuale”, “immeritato”, “fortunato”. Il messaggio è netto: se ti sei sentita fuori posto, non è perché non eri all’altezza.
È perché quel posto, per troppo tempo, non era pensato per te.

I numeri parlano chiaro: fino al 70-75% delle persone sperimenta almeno una volta nella vita la sindrome dell’impostore. Ma il dato più significativo è un altro: colpisce in modo particolare le donne, soprattutto nei contesti professionali e istituzionali.

Non è un caso; è il risultato di stereotipi, aspettative sociali e disuguaglianze che si insinuano nel quotidiano fino a diventare convinzioni interiori. Per questo la campagna non si limita a dire “credici di più”. Sarebbe troppo facile. E anche sbagliato.

Qui il punto è un altro: cambiare il contesto, non solo la percezione. «Te lo sei meritato» non è solo uno spot. È un percorso. Un invito. Una chiamata collettiva. Accanto alla comunicazione televisiva, prende forma uno spazio partecipativo — accessibile anche online — dove ogni donna può raccontare la propria esperienza, rompendo un silenzio che per anni è stato scambiato per normalità. Perché è proprio nella condivisione che il meccanismo si incrina.

Anche in Valle d’Aosta il tema non è affatto lontano. Anzi. Maria Grazia Vacchina, segretaria regionale di Cittadinanzattiva, sottolinea con chiarezza il nodo culturale: «La sindrome dell’impostore è una delle forme più subdole di disuguaglianza, perché non si vede ma incide profondamente sulle scelte di vita e di lavoro delle donne. Anche nei nostri territori, dove spesso si parla di comunità coese, esistono ancora barriere invisibili che frenano il pieno riconoscimento del merito femminile. Questa campagna è importante perché sposta il focus: non sono le donne a doversi sentire “in difetto”, ma è il sistema che deve imparare a riconoscerle davvero». Parole che centrano il punto: non è solo una questione individuale, ma un problema di sistema.

Il rischio, come sempre, è ridurre tutto a una questione “di donne”. Errore.

La sindrome dell’impostore riguarda l’intera società. Perché una società che non riconosce il valore di metà della popolazione è una società che si impoverisce, che spreca competenze, che rallenta. E allora la domanda non è più “perché le donne non si sentono all’altezza?”.
Ma piuttosto: perché continuano a essere messe nelle condizioni di dubitarne? La campagna è aperta. Inclusiva. Concreta.

Chiunque voglia partecipare può farlo, condividendo la propria storia e contribuendo a costruire una narrazione diversa, più giusta, più reale.

Perché a volte basta una frase — detta al momento giusto — per cambiare prospettiva. “Te lo sei meritato”. E no, non è uno slogan. È qualcosa che molte donne aspettano di sentirsi dire da tutta la vita.

pi.mi.