C’è un punto che spesso sfugge quando si parla di grandi accordi commerciali: la loro ricaduta concreta sui territori più fragili. E se il libero scambio può rappresentare un’opportunità sui mercati globali, nelle aree di montagna rischia di trasformarsi in un fattore di squilibrio, soprattutto quando le regole non sono davvero le stesse per tutti.
È da questa consapevolezza che si è sviluppato il confronto promosso ad Aosta da Cia Agricoltori delle Alpi, dedicato agli effetti dell’accordo tra Unione europea e Mercosur sul comparto zootecnico, con uno sguardo particolare alle realtà alpine.
Ad aprire i lavori è stato il vicepresidente provinciale Gianni Champion, che ha subito messo a fuoco il nodo centrale: «L’accordo va letto con una duplice chiave. Da un lato offre opportunità legate all’accesso ai mercati e alla valorizzazione delle produzioni di qualità; dall’altro presenta rischi evidenti, soprattutto se non saranno garantite condizioni di reciprocità sugli standard sanitari, ambientali e sul benessere animale».
Un equilibrio delicato, dunque, tra apertura e tutela, che chiama in causa non solo le politiche commerciali, ma anche la capacità di difendere modelli produttivi come quello alpino, strutturalmente più costosi ma anche più sostenibili e identitari.
A chiudere il convegno è stato il presidente regionale di Cia Agricoltori italiani del Piemonte e della Valle d’Aosta, Gabriele Carenini, che ha richiamato il ruolo delle organizzazioni agricole sul territorio: «La presenza capillare di Cia resta un punto di riferimento concreto per le imprese, soprattutto nelle aree interne dove altri servizi arretrano. In un mercato globale non possiamo permetterci di competere in condizioni di svantaggio: sull’accordo Ue-Mercosur sarà decisiva la qualità dei controlli e la tutela delle nostre produzioni».
Carenini ha poi legato il tema economico a quello territoriale: «Garantire una giusta remunerazione agli agricoltori significa anche presidiare il territorio e prevenire criticità che, se trascurate, si riversano a valle».
Un concetto che, nelle regioni alpine, assume un valore ancora più evidente: l’abbandono delle attività agricole non è solo un problema economico, ma anche ambientale e sociale.
Sul piano tecnico, il contributo del professor Davide Biagini dell’Università di Torino ha offerto una lettura più ampia dello scenario internazionale. L’accordo Ue-Mercosur si inserisce infatti in una fase di forte instabilità dei mercati globali, segnata da nuove dinamiche commerciali e da una ridefinizione degli equilibri geopolitici.
Secondo Biagini, il quadro italiano appare articolato: «L’Italia mantiene una posizione di forza nell’export lattiero-caseario, mentre risulta più esposta sul fronte delle carni bovine». Ne deriva una situazione non omogenea: più favorevole per i formaggi, più competitiva e delicata per la carne bovina, con effetti più neutri sul comparto suinicolo.
Il punto decisivo, però, resta quello delle regole: «Sarà centrale l’efficacia delle quote, delle clausole di salvaguardia e soprattutto dei controlli sulle importazioni», ha sottolineato il docente, richiamando anche temi sensibili come deforestazione, sostenibilità e standard produttivi. «L’accordo potrà rappresentare un’opportunità solo se accompagnerà una strategia orientata alla qualità e alla differenziazione».
Dal punto di vista istituzionale, l’assessore regionale all’Agricoltura della Valle d’Aosta, Speranza Girod, ha ribadito le specificità del modello valdostano: un sistema fatto di piccole dimensioni, forte identità territoriale, filiere corte e produzioni di qualità.
Un equilibrio che rischia di essere messo sotto pressione da dinamiche concorrenziali non equilibrate, soprattutto in presenza di prodotti esteri a costi inferiori.
Il confronto si è arricchito anche degli interventi di agricoltori e operatori del settore, che hanno evidenziato le difficoltà già esistenti: costi di produzione elevati, margini ridotti e crescente incertezza. In questo contesto, l’ingresso di prodotti a minor costo potrebbe accentuare fragilità già strutturali.
A tirare le fila del dibattito è stato ancora Champion: «È emersa con chiarezza la necessità di garantire condizioni di concorrenza eque, rafforzare i sistemi di controllo e sostenere le imprese agricole nella transizione verso modelli sempre più sostenibili e orientati alla qualità».
In altre parole, l’accordo non è di per sé il problema. Lo diventa se manca una politica capace di governarlo. E per la zootecnia di montagna, che vive già su equilibri sottili, la differenza tra opportunità e rischio passa tutta da lì.