I topi abbandonano la nave, i fedeli scoprono di non aver mai saputo nulla e la televisione si prepara al peggior remake dai tempi di Tangentopoli.
Nel frattempo, dalla Valle d’Aosta, assistiamo col fiato sospeso a questo spettacolo indecente.
C’era da aspettarselo. Anzi: era inciso nella pietra. Chiunque abbia letto almeno tre righe di storia sa come va a finire quando la corda si spezza. Prima scappano i topi. Poi gli amici. Poi arrivano i fustigatori — gli stessi che fino a ieri erano così vicini alla fonte del potere da averne ancora il profumo addosso.
Giulio Cesare lo capì tardi. E in modo particolarmente scomodo.
Per mesi — lunghi, interminabili mesi — la speranza che vincesse il Sì al referendum ha tenuto insieme un governo già traballante, ha ammutolito i critici, ha trasformato giornalisti e opinionisti in devoti officianti di una causa.
Non proprio genuflessi, sia chiaro. Diciamo… in stato di adorazione mistica.
Un rapimento estatico che impediva loro di vedere l’ovvio: la nave faceva acqua da tutte le parti e il capitano portava il cappello storto, mentre alcuni fedelissimi glielo portavano direttamente in mano.
Ora — come da copione — la musica è cambiata. E con essa i ballerini.
Daniela Santanchè, già ministra del Turismo con l’aria di chi ha sempre tutto sotto controllo, si scopre improvvisamente vittima di un accanimento giudiziario. Matteo Salvini, reduce da un’assoluzione trasformata in comizio permanente, fiuta il vento e si posiziona — come sempre — dalla parte in cui soffia più forte.
Roberto Vannacci lucida le sue teorie per qualsiasi stagione politica arrivi.
Calenda diventa un personaggio da Chi l’ha visto?: si aggira da una trasmissione all’altra come un pugile suonato in cerca di un angolo in cui rifugiarsi.
E, nel mezzo, come in ogni tragedia italiana che si rispetti, c’è Andrea Delmastro — sottosegretario dalla parlantina creativa — pronto a spiegare al Paese che lui, in fondo, non c’entra niente.
Basteranno trenta secondi e molti di loro scopriranno sulle proprie spalle quanto sia fallace l’amicizia politica: un “si salvi chi può” che prevede di buttare a mare l’amico pur di salire sulla scialuppa.
Ma il vero spettacolo non sarà recitato dai politici.
Sarà recitato dalla stampa.
Perché, se c’è una cosa che la storia italiana insegna con crudele puntualità, è che i giornalisti accondiscendenti di ieri diventano i fustigatori più feroci di domani.
E lo fanno con una disinvoltura che lascia senza parole.
Prendiamo alcuni noti opinionisti televisivi: per anni direttori-megafono, alfieri di battaglie editoriali condotte col vento del potere in poppa, autori di copertine che il centrodestra appendeva in cornice.
Ora la penna si affievolisce, balbetta, diventa timida, perde arroganza, prende le distanze.
Il processo è già iniziato — nei toni, nelle sfumature, nei silenzi.
E poi c’è il grande saggio, il fustigatore di professione, l’uomo che riesce sempre a essere dalla parte giusta un quarto d’ora dopo che il vento è girato: pronto a spiegare in televisione che lui, in realtà, aveva sempre avuto dubbi.
Il tutto accompagnato dal coro greco dei commentatori da salotto: quelli che per anni hanno bruciato incenso davanti all’altare giusto e che ora, con la stessa solennità liturgica, si preparano al rito opposto.
Il copione è sempre lo stesso:
“Non sapevo.”
Tre parole. Un passaporto diplomatico valido in qualsiasi regime.
Quello che si profila è qualcosa che Dante avrebbe collocato tra gli ipocriti — quelli con le cappe dorate e il piombo dentro.
Una Notte dei lunghi coltelli in versione salotto italiano: meno sangue e più prime serate, meno Röhm e più processi mediatici in diretta.
Da qui, dalla Valle d’Aosta — piccola regione alpina abituata a guardare le pianure con quella distanza che dà lucidità ma non indifferenza — lo spettacolo appare in tutta la sua desolante grandezza.
Siamo spettatori di un circo che non abbiamo scelto, cittadini che trattengono il respiro mentre a Roma si decide, tra uno starnazzo mediatico e una pugnalata, il futuro di tutti. Anche il nostro.
La nostra piccola regione ha conosciuto le sue convulsioni del potere — e ne portiamo ancora i segni.
Il problema dell’Italia — di questa Italia — non è che la nave stia affondando.
È che i topi, mentre scappano, si fermano a fare un selfie sul ponte con la didascalia:
“Ho sempre detto che questa nave era marcia.”