CRONACA - 25 marzo 2026, 17:04

In carcere a Brissogne il “Re dei Maranza”: condannato a 4 anni di detenzione

Il tiktoker torinese, noto sui social per i suoi video provocatori, è stato condannato per stalking e diffamazione aggravata. Il caso nasce da un episodio avvenuto a ottobre, quando accusò falsamente un insegnante, riprendendo e diffondendo tutto online. Attualmente si trova detenuto ad Aosta per altri reati

C’è chi costruisce notorietà sui social inseguendo like e visualizzazioni, e chi finisce per pagare il conto, molto salato, davanti a un giudice. È il caso del tiktoker torinese che si autodefinisce “Re dei Maranza”, protagonista di una vicenda che mette ancora una volta sotto i riflettori il lato oscuro della visibilità digitale.

Il tribunale di Torino lo ha condannato a quattro anni di detenzione complessivi, di cui due per i reati di stalking e diffamazione aggravata legati a un episodio avvenuto lo scorso ottobre. In quell’occasione, il giovane – insieme a due amici – aveva avvicinato un insegnante per strada, accusandolo falsamente di maltrattare un alunno. Una scena costruita ad arte, ripresa con lo smartphone e poi diffusa sui social, trasformando un’accusa infondata in un contenuto virale.

Un copione ormai noto: provocazione, ripresa, pubblicazione. Ma questa volta la “performance” ha avuto conseguenze penali pesanti. I due fiancheggiatori sono stati condannati a un anno ciascuno, mentre per il tiktoker la situazione si è aggravata anche alla luce dei precedenti.

L’uomo, infatti, non era nuovo a episodi simili. Era già stato arrestato dalla polizia circa un mese dopo i fatti e attualmente si trova detenuto presso la casa circondariale di Carcere di Brissogne, dove sta scontando una pena per altri reati. La nuova condanna si somma dunque a un quadro giudiziario già compromesso.

In aula, dopo la lettura del dispositivo, non sono mancate tensioni: il giovane ha protestato contro il giudice, confermando un atteggiamento provocatorio che, dai social, sembra essersi trasferito anche dentro le aule di giustizia.

Al di là del singolo caso, resta una questione più ampia: fino a che punto la ricerca di visibilità può spingersi senza sconfinare nell’illegalità? E soprattutto, quanto pesa oggi la responsabilità individuale di chi utilizza i social come megafono, spesso senza filtri né verifiche?

Perché una cosa è certa: la giustizia, a differenza dei social, non si accontenta di qualche migliaio di visualizzazioni. Qui il conto si paga davvero.

je.fe.