A rilanciare il messaggio è stato il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, mentre il dibattito si concentra su ambiente, sviluppo e nuove responsabilità collettive.
“La responsabilità ecologica non si esaurisce nei dati tecnici: sono necessari, ma non bastano”. Nel telegramma inviato al Forum, Leone XIV richiama la necessità di un cambio di passo culturale: “Serve un’educazione che coinvolga mente, cuore e mani. Nuove abitudini, stili comunitari, pratiche virtuose”.
Il Pontefice, citando la lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza (ottobre 2025), sottolinea come affrontare insieme le crisi possa favorire “un ambiente sociale rispettoso e inclusivo”, capace di garantire un futuro alle nuove generazioni.
A Treviso è intervenuto anche il cardinale Beniamino Stella, leggendo un messaggio dello stesso Parolin in occasione degli 800 anni del Cantico delle Creature e del Transito di Francesco d’Assisi.
“Costruire futuro insieme – spiega Parolin – significa anzitutto varcare una soglia, entrare in una casa nuova”. Senza questo passaggio, avverte, la tutela del creato rischia di oscillare “tra ideologia e tecnicismo, tra enfasi emotiva e freddezza procedurale”.
Il Cantico, aggiunge, non è solo memoria ma uno strumento attuale: una parola capace di generare inclusione e comunione, che sottrae l’uomo a una logica predatoria e lo richiama alla custodia.
Nel suo intervento, Parolin lega l’esperienza francescana alle sfide contemporanee, a partire dall’intelligenza artificiale. Chiamare “fratello” e “sorella” ciò che non si possiede, spiega, significa riconoscere la realtà come relazione, non come risorsa da sfruttare.
Da qui nasce l’idea di un’“intelligenza integrale”: non un correttivo tardivo, ma un orientamento che incide già nelle fasi di progettazione, nei modelli di governance, nella trasparenza e nella responsabilità di chi gestisce dati e strumenti.
Il cuore del messaggio sta proprio nel Cantico, definito da Parolin una vera e propria “diplomazia delle culture”. In un tempo segnato non solo dalla pressione sugli ecosistemi, ma anche dalla crisi di fiducia tra popoli e generazioni, serve una nuova grammatica delle relazioni.
“La collaborazione non è paternalismo – si legge nel testo – ma interconnessione: nessuno si salva da solo”. E la conoscenza reciproca diventa metodo per disinnescare stereotipi e conflitti identitari.
Nel passaggio finale emerge una parola chiave: custodire. Custodire il creato come atto di giustizia, l’altro nella sua dignità, la scienza perché resti sapienza, la tecnica perché non diventi dominio.
“Dove il creato è ferito, la società si frantuma”, avverte Parolin, tracciando un legame diretto tra ambiente, pace e coesione sociale.
E la conclusione è netta: costruire il futuro insieme non può restare uno slogan operativo. Deve diventare uno stile, “dell’anima e delle istituzioni”, una diplomazia della pace che parte dal linguaggio e si misura nella tutela dei più fragili.