Antonella Palermo - VN
C'è una ramificazione dorata che avvolge l'abside della parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, nella periferia romana di Ponte Mammolo. Parte dalla sommità del tabernacolo fino a irradiarsi lungo l'intera volta. È un mosaico progettato e realizzato dal parroco precedente all'attuale, don Gabriele Bruscagin. Un arredo liturgico che spicca frontalmente quando si fa ingresso nella chiesa, la quale, per il resto, è abbastanza sobria e spoglia. Rappresenta l'albero della vita, la sorgente della salvezza che sgorga dal Cristo. È il cuore di Gesù che si offre al mondo donando luce e pace. Una immagine che ben si sposa con quella evocata dalla domenica in laetare, del "rallegrarsi", che oggi, nel mezzo della Quaresima, la liturgia celebra. È la domenica "della gioia", ricorda il Papa nell'omelia, ma le energie belliche sprigionate nel mondo stridono con il chiarore portato da Dio, rischiano di offuscarlo, di depotenziarlo. Leone esorta a riscoprirlo, a riattingervi continuamente, ad alimentarlo, questo chiarore, avendo lo stesso sguardo di Gesù sul cieco nato reietto dagli uomini. Uno sguardo capace di riabilitare, di rimettere a fuoco ogni cosa e ogni persona. Non il fuoco delle armi, ma il fuoco dell'amore.
Il Pontefice esprime la sua apprensione per le sorti di un'umanità dolorante per le guerre:
Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace. Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre. Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano.
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La luce di Cristo libera dalla cecità del male
Il racconto giovanneo dell'incontro tra Gesù e il cieco nato e il primo Libro di Samuele offrono lo spunto per porre una domanda centrale: cosa vuol dire “guardare con gli occhi di Dio”? È quella che il Vescovo di Roma rilancia, spiegando che si tratta innanzitutto di "superare i pregiudizi di chi, di fronte a un uomo che soffre, vede solo un reietto da disprezzare, oppure un problema da evitare, richiudendosi nella torre blindata di un individualismo egoista". È l'amore che deve trasparire dagli occhi. Gesù ha guardato il cieco "non come un essere inferiore o una presenza fastidiosa, ma come una persona cara e bisognosa di aiuto". Recuperare la vista è così il miracolo e l'atto simbolico per dire come si diventa testimoni di luce.
Al di là di qualsiasi abisso in cui l’uomo possa cadere, a causa dei suoi peccati, Cristo viene a portare un chiarore più forte, capace di liberarlo dalla cecità del male, perché inizi una vita nuova.
Il Papa evidenzia il paradosso di una guarigione che, all'epoca dei fatti evangelici narrati, finisce per essere usata in modo pretestuoso da chi accusa Gesù di aver violato il giorno di sabato, il giorno del riposo. È una cecità, afferma il Successore di Pietro, "diversa e ancora più grave: quella di non vedere, proprio davanti a sé, il volto Dio, per cui barattano la possibilità di un incontro salvifico con la sterile sicurezza che dà loro l’osservanza legalistica di una disciplina formale". Non c'è convenzione che tenga, fa notare il Papa che ricorda:
“Nessuno può ignorare il grido di aiuto del fratello e della sorella che soffrono”
A chiosare l'omelia, l'ormai immancabile riferimento del Papa a Sant'Agostino, ricordato con le parole che usava per descrivere la carità ('Tenetela, abbracciatela: niente è più dolce di essa'). E di carità distribuita con grande sensibilità ce n'è tanta nella parrocchia visitata oggi e Leone se ne compiace e se ne rallegra: cita l'aiuto agli immigrati, per "imparare la lingua, a trovare una casa dignitosa e a esercitare un lavoro onesto e sicuro"; la "speciale cura delle situazioni di povertà, di emarginazione e di emergenza, con attenzione alla presenza"; le case-famiglia per donne e mamme, la vitalità dei giovani che animano l'oratorio. "Non mancano le difficoltà - precisa -, purtroppo talvolta accentuate da chi, senza scrupoli, approfitta della condizione di indigenza dei più deboli per fare i propri interessi". Tuttavia, proprio per contrastare questo rischio, esorta a non arrendersi, come non si arrendevano le prime comunità cristiane: "Forti del dono del Battesimo, si sforzavano lo stesso di vivere come nuove creature, vivendo in comunione e in pace con tutti e trovando nella comunità una famiglia che li accompagnava e sosteneva".
Continuate ad impegnarvi così nel vostro cammino. Il Sacro Cuore di Gesù, a cui la vostra parrocchia è dedicata, plasmi e custodisca sempre più questa bella comunità, perché, con gli stessi sentimenti di Cristo, viva e testimoni con gioia e dedizione il tesoro di grazia che avete ricevuto.
Al termine del rito eucaristico, concelebrato dal cardinale vicario Baldo Reina, dal vescovo eletto monsignor Marco Valenti, dal parroco don Francis Refalo, dai parroci della prefettura, don Franz dona al papa una foto che fa parte dell'archivio della chiesa. Leone ricambia con il dono di un calice per la Messa. C'è anche don Giuseppe Argento, ex parroco della comunità originario di Agrigento; e don Jesus, giovane prete spagnolo, che ha scoperto la sua vocazione sacerdotale proprio frequentando la comunità di Ponte Mammolo, mentre si trovava in Italia per il progetto Erasmus. Leone si intrattiene con il Consiglio pastorale, approfondisce alcune caratteristiche di questo punto di riferimento così importante per il quadrante. Poi, uscito sul sagrato prima di far rientro in Vaticano, ancora parole di sentito ringraziamento a tutti, e la concessione di una battuta scherzosa finale.
Essere membri di questa parrocchia del Sacro Cuore di Gesù è un'autentica testimonianza dell'amore di Dio nel mondo e qui a Roma. Grazie per tutto quello che voi fate. Grazie per essere questa testimonianza viva.
“Grazie, sono molto contento di essere qui con voi. Speriamo che non passino altri quarant'anni fino alla prossima visita!”