ATTUALITÀ ECONOMIA - 14 marzo 2026, 12:31

Bonus o buon senso?

Il dibattito sul Superbonus 110% si è concentrato quasi esclusivamente sui costi e sugli abusi, dimenticando l’obiettivo originario della misura: ridurre i consumi energetici e la dipendenza dall’estero. In un Paese con un patrimonio edilizio tra i più vecchi d’Europa, l’efficienza energetica non è un bonus fiscale ma una strategia nazionale. Eppure la politica ha trasformato una scelta di lungo periodo in uno scontro ideologico, sacrificando visione e buon senso

Riqualificazione energetica di un edificio alpino: l’efficienza degli immobili resta una delle chiavi per ridurre la dipendenza energetica

Il Superbonus 110% nacque nel 2020 con un obiettivo che oggi appare quasi disarmante nella sua chiarezza: ridurre i consumi energetici degli edifici italiani, responsabili di oltre il 40% dell’energia totale utilizzata nel Paese e di circa il 36% delle emissioni di CO₂.

Non era un vezzo fiscale né un regalo di stagione, ma un tentativo di intervenire su una delle fragilità strutturali dell’Italia: un patrimonio immobiliare tra i più vecchi d’Europa, con oltre il 60% degli edifici costruiti prima del 1976, quando non esistevano norme sull’efficienza energetica.

Quando poi il PNRR venne elaborato, la misura fu confermata e inserita tra gli strumenti centrali della transizione verde. L’Europa destinò circa 15 miliardi alla riqualificazione energetica e sismica, riconoscendo che investire sul risparmio non era un lusso, ma una strategia industriale e geopolitica.

Non a caso Bruxelles stimava che ogni edificio portato a una classe energetica superiore avrebbe ridotto i consumi fino al 50%. Numeri che parlano da soli. Eppure, negli anni successivi, il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente sul costo immediato della misura: sulle distorsioni, sulle frodi, sulle aliquote. Si è discusso di contabilità come se la politica energetica fosse un esercizio di ragioneria.

Si è parlato di “buco di bilancio” senza considerare che ogni edificio riqualificato riduce i consumi per decenni, abbassa la spesa delle famiglie — in media tra 1.000 e 1.500 euro l’anno — e diminuisce la domanda di gas importato, che ancora oggi copre oltre il 90% del fabbisogno nazionale.

Abbiamo trattato l’efficienza energetica come un bonus qualunque, quando era — e resta — un’infrastruttura invisibile, ma decisiva.

Oggi, con un nuovo conflitto internazionale che rimette in discussione la stabilità energetica globale, quella scelta torna al centro del dibattito. Ogni crisi ci ricorda la stessa verità: chi consuma meno energia è meno esposto ai ricatti, meno vulnerabile alle oscillazioni dei mercati, meno dipendente da ciò che accade fuori dai propri confini. Nel 2022, durante la crisi del gas, l’Italia ha speso oltre 70 miliardi in più per l’energia rispetto all’anno precedente. Una cifra che da sola basterebbe a spiegare perché investire nel risparmio energetico non è un capriccio, ma una forma di assicurazione nazionale.

E allora la domanda si impone da sola: non aveva forse ragione chi chiedeva di continuare a investire nell’efficienza, invece di smontare progressivamente gli strumenti che la rendevano possibile?

Invece è prevalsa la stupidità partitica. Pur di non dare ragione a un avversario politico ci siamo dati la zappa sui piedi. L’arroganza di quei politici che preferiscono far prevalere l’idea di parte piuttosto che il bene comune ha vinto, come troppo spesso accade. Il paradosso italiano è evidente. Abbiamo rallentato proprio mentre la realtà ci mostrava che accelerare sarebbe stato più saggio. Abbiamo trasformato una strategia di lungo periodo in un terreno di scontro politico, sacrificando la visione sull’altare dell’immediatezza.

Abbiamo discusso di aliquote mentre il mondo cambiava, di cessioni del credito mentre i prezzi dell’energia esplodevano, di “abusi” mentre la geopolitica ci ricordava che la vera vulnerabilità non sta nei conti pubblici, ma nella dipendenza da fonti esterne.

Non si tratta di riproporre modelli identici né di ignorare gli errori commessi. Si tratta di riconoscere che una politica energetica non può essere governata dall’emergenza, ma da una visione di lungo periodo.

Consumare meno, consumare meglio, dipendere meno: è una linea semplice, quasi banale, ma ogni crisi internazionale ci ricorda quanto sia stata sottovalutata.

E forse è arrivato il momento di ammettere che, su questo punto, la lungimiranza non stava dalla parte di chi frenava.

L’efficienza energetica non è un capitolo di bilancio: è una strategia di sopravvivenza. E ogni volta che il mondo si infiamma ce lo ricorda con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni.

Vittore Lune-Rezoli