C'era un tempo, non lontanissimo, in cui le code davanti a certe case di montagna non erano formate da clienti, ma da persone in attesa di un aiuto. Un aiuto che non avrebbe mai avuto un prezzo.
Davanti alla porta di Rolando di Valpelline, il più celebre dei rabeilleur valdostani, ogni giorno si formava una lunga fila di gente comune — contadini, allevatori, anziani, bambini — proveniente da ogni angolo della valle, e anche da fuori, visto che la voce si era sparsa. Rolando li accoglieva tutti. Con quelle sue grandi mani, capaci di ridurre lussazioni e situazioni anche complesse, di districare muscoli contratti e tendini infiammati, ridonava sollievo e movimento a corpi provati dalla fatica della montagna, aiutandosi con delle belle unzioni a base di grappa. Non chiedeva nulla in cambio.
Stesso spirito animava Notto Bonadé di Charvensod, rabeilleur e allevatore, che ogni sera apriva la porta della sua stalla-ambulatorio a chi ne aveva bisogno, e prima di lui Riccardo, un altro di quei mani-sapienti che la tradizione orale valdostana ha custodito nel ricordo dei più anziani. Nomi semplici, legati alla terra, che non hanno mai cercato né fama né denaro.
Il termine patois rabeilleur (dal franco-provenzale rebèilleur, "colui che rimette a posto") indicava persone dotate di una capacità quasi soprannaturale nel manipolare ossa, tendini e muscoli. Senza alcuna formazione accademica, avevano appreso l’arte da chi li aveva preceduti — padre, zio, un vecchio del villaggio — per osservazione diretta e pratica quotidiana.
Dopo accurate frizioni con pozioni di arnica, grappa o grasso di marmotta — rimedi fitoterapici che la scienza moderna ha poi ampiamente validato — il rabeilleur interveniva con le mani e, laddove necessario, con una fasciatura sapiente. Non tutti erano delicati: chi aspettava in cucina, nell’anticamera improvvisata, udiva talvolta grida acute che qualcuno preferiva non sentire. Ma chi entrava usciva quasi sempre in condizioni migliori di come era arrivato.
Accanto ai rabeilleur, in Valle d’Aosta esisteva — ed esiste ancora, nei villaggi più appartati — un’altra figura di guaritore: il custode del Secret. Non un ciarlatano, non un impostore, ma qualcuno a cui, in un momento preciso della vita, era stato consegnato un dono antico. Una formula, una preghiera, una sequenza di parole tramandate in segreto da chi possedeva il dono a chi era stato scelto per raccoglierlo.
Il Secret (la parola è la stessa in italiano e in patois, a sottolineare quanto questa pratica fosse inscindibile dall'identità valdostana) si tramandava spesso di madre in figlia, a volte senza nemmeno un incontro diretto tra chi cedeva il dono e chi lo riceveva. Chi lo possedeva poteva curare verruche, scottature, certi dolori che la medicina non sapeva spiegare. Alcuni agivano a distanza: bastava nome, cognome e data di nascita del malato.
Nel mondo contadino della Valle d’Aosta la guarigione era spesso affidata a figure femminili. Donne anziane, conosciute nel raggio di qualche vallata, indicate dalla gente semplicemente come "la vecchia del villaggio" oppure con il loro nome di battesimo — la Geppina, la Maria, la Celestina — che erano diventate nei decenni il primo riferimento sanitario per chi non poteva permettersi il medico o abitava troppo lontano dal paese.
Queste donne accostavano la conoscenza empirica delle erbe officinali — camomilla, arnica, malva, genziana, tutto ciò che i prati alpini offrivano — a riti e formule in parte cristiani, in parte ancora intrisi di antiche credenze pre-cristiane. Curavano la pelle, i dolori, la febbre nei bambini, certi mali dell'anima che non avevano nome.
Come la Geppina, che molti ricordano ancora: una donna senza pretese, senza insegne, senza tariffario. Una porta sempre aperta.
Cosa accomuna il rabeilleur Rolando di Valpelline, Notto Bonadé di Charvensod, le custodi del Secret e le donne con il dono come la Geppina? Nessuno di loro ha mai presentato un conto. Nessuno ha costruito un marchio, aperto uno studio, promosso una tariffa. Agivano spinti da qualcosa che oggi stentiamo persino a nominare senza imbarazzo: il senso del dono. L’idea che certe capacità non appartengano a chi le possiede, ma debbano essere messe al servizio della comunità. Gratuitamente.
Viviamo in un'epoca che ha trasformato ogni competenza in merce, ogni abilità in business, ogni gesto di aiuto in opportunità. Non è necessariamente colpa di qualcuno: è la logica del tempo che abitiamo. Ma quando sentiamo parlare di questi personaggi — che ancora nell'Italia del Novecento curavano la gente per il solo gusto di farlo — qualcosa si muove dentro. Un rimpianto, forse. O la percezione che esiste un modo di stare al mondo che abbiamo smesso di coltivare.
La Valle d’Aosta, terra di montagne e pragmatismo, è una delle regioni italiane meno superstiziose, lo dicono i dati. Ma in essa ha fiorito, per secoli, una delle tradizioni di cura gratuita e solidale più ricche d’Europa. Non è contraddizione: è saggezza. La gente di montagna sapeva distinguere tra ciò che è dono e ciò che è superstizione. E sapeva, soprattutto, che certe cose non si monetizzano.
Ricordare il rabeilleur Rolando, Notto Bonadé, la Geppina e tutte le donne e gli uomini che hanno portato avanti queste tradizioni non è soltanto un atto di memoria storica. È un invito a interrogarci su cosa abbiamo perso — e se vale la pena cercare di ritrovarlo.