Dalle Alpi alle Fiandre: quando la memoria di un emigrante diventa identità viva
Sommario:
Un documentario racconta la storia dei fratelli Viérin, discendenti di un emigrato valdostano diventati protagonisti della cultura belga. Un viaggio tra arte, architettura e radici familiari che, cinque generazioni dopo, continua a legare la Valle d’Aosta alle Fiandre.
Una storia di emigrazione non è mai soltanto una storia di partenza. È, quasi sempre, una storia di condivisione, di memoria che attraversa le generazioni e di radici che continuano a nutrire identità anche quando il tempo e la distanza sembrano aver fatto il loro lavoro. È proprio da questa consapevolezza che nasce l’iniziativa promossa dall’Union de la Presse Francophone – sezione valdostana –, dal Comité des Traditions Valdôtaines e dalla Fondation Chanoux: la proiezione in anteprima del documentario Le peintre et l’architecte, un racconto cinematografico che unisce arte, storia e identità valdostana.
L’appuntamento è fissato per giovedì 12 marzo 2026 alle 20.30 al Cinéma de la Ville, con ingresso gratuito. Ma quella che verrà proiettata sullo schermo non è semplicemente la biografia di due artisti: è un viaggio nel tempo e nello spazio che parte dalle montagne della Valle d’Aosta e arriva fino alle Fiandre belghe, seguendo le tracce di una famiglia che ha saputo trasformare la memoria dell’origine in una forza creativa.
Il documentario, della durata di 54 minuti, ripercorre infatti la vita di Emmanuel Viérin, pittore luminista appartenente alla corrente belga dell’impressionismo francese, e di suo fratello Joseph Viérin, detto Jos, architetto che lasciò un segno importante nel paesaggio urbano delle Fiandre, in particolare con la ricostruzione della città di Nieuwpoort dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale. Due percorsi artistici diversi ma accomunati da una stessa eredità: quella di un antenato emigrato dalla Valle d’Aosta verso il Belgio, una scelta che allora era dettata dalla necessità ma che oggi appare come il punto di partenza di una storia culturale sorprendente.
Le riprese del film sono state realizzate nei mesi di luglio, agosto e settembre dello scorso anno tra Valgrisenche, Courtrai, Nieuwpoort e Bruges. Luoghi lontani geograficamente ma legati da fili sottili e tenaci: i ricordi familiari, la ricerca degli studiosi, le testimonianze dei discendenti e soprattutto i rapporti ancora vivi tra i rami della famiglia rimasti in Valle d’Aosta e quelli stabiliti nelle Fiandre. Cinque generazioni dopo, quel legame non si è spezzato. È diventato anzi un ponte culturale, un continuo andirivieni di memoria, incontri e racconti.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più significativi dell’intero progetto: la capacità di dimostrare che l’emigrazione valdostana non è soltanto una pagina di storia economica o sociale, ma anche una straordinaria storia di diffusione culturale. In altre parole, i valdostani partiti nei secoli non hanno portato con sé soltanto braccia e fatica, ma anche sensibilità, cultura, capacità creative che in alcuni casi hanno contribuito a modellare l’identità artistica dei luoghi di arrivo.
Il documentario ha anche un valore generazionale. Come nelle precedenti produzioni promosse dall’UPF valdostana, quattro giovani valdostani alle prime esperienze professionali – André Anglesio, Lorenzo Antonicelli, Emanuele Centoz e Nadège Griseri – hanno partecipato alla realizzazione del progetto. Non è un dettaglio marginale: significa che la memoria non viene soltanto raccontata, ma anche trasmessa e costruita insieme alle nuove generazioni.
Dietro i nomi e le istituzioni c’è però soprattutto un’idea: raccontare come la storia di un emigrante possa trasformarsi, nel corso dei decenni, in una trama culturale capace di unire territori e identità diverse. La Valle d’Aosta, piccola regione alpina spesso percepita come periferica, emerge invece in queste storie come un luogo generatore di relazioni, capace di lasciare tracce anche a centinaia di chilometri di distanza.
In un’epoca in cui le identità locali rischiano di appiattirsi dentro la globalizzazione o di chiudersi in nostalgie sterili, storie come quella dei Viérin ricordano qualcosa di semplice e potente: le radici non servono per restare fermi, ma per crescere. E talvolta per arrivare molto lontano.