Vi sono in Italia comuni così piccoli da non essere riportati sulle mappe a media scala. Pontboset, in Valle d’Aosta, con i suoi 183 abitanti, è uno di questi. Chamois, con appena 112 residenti, è qualcosa di ancora più rarefatto: un paese che si raggiunge solo in funivia, dove ci si conosce tutti per nome, cognome, storia familiare e persino abitudini alimentari.
Eppure, proprio questi due borghi alpini hanno recentemente conosciuto la crisi delle rispettive giunte comunali. Sia chiaro: la crisi istituzionale è un fenomeno fisiologico della democrazia. Può accadere a Roma come a Bruxelles. Ma c’è qualcosa di particolarmente istruttivo (e, permetteteci di dirlo, vagamente comico) quando le dinamiche da grande coalizione si replicano fedelmente in un consesso di sei consiglieri che si vedono ogni giorno al bar, o più verosimilmente in un unico bar, perché un secondo non ci sarebbe dove metterlo.
Pensate che ho un amico che fa il geometra (un semplice geometra, intendiamoci, non un manager con master in public administration) che amministra con la sua segretaria circa una trentina di condomini, per un totale stimato di seicento persone. Lo fa da oltre dieci anni, con regolarità, senza crisi di giunta, senza sfiducie, senza commissari prefettizi.
Certo, obietterete: l’amministratore di condominio ha poteri diversi, non deve rispondere a un’assemblea elettiva, non è sottoposto al voto (e questo è solo parzialmente vero, anzi direi che può essere sfiduciato in ogni momento). Ma proprio qui sta il punto: gestisce interessi divergenti, caratteri difficili, liti per il parcheggio e dispute sui millesimi, e riesce a tenere tutto insieme con strumenti semplici, buon senso, chiarezza delle regole e rispetto dei ruoli.
Qualcosa che, evidentemente, non si insegna nei corsi di formazione per amministratori locali.
La memoria storica di queste valli racconta qualcosa di straordinario e quasi incomprensibile alla mentalità contemporanea. Cento o più anni fa, buona parte delle case rurali di Pontboset e dei borghi simili venivano costruite in regime di mutuo soccorso. I contadini montanari si riunivano, si dividevano il lavoro, si pagavano in natura o in quote di proprietà: una stanza al muratore, una al falegname, un vano alla famiglia che aveva prestato i buoi.
Non c’erano notai, raramente avvocati. C’era una carta scritta a mano, a volte nemmeno quella. C’era la parola data, la stretta di mano, la reputazione come moneta sociale. Eppure quegli accordi reggevano, e gli edifici costruiti con quel metodo sono ancora in piedi, a testimoniare una forma di contratto sociale che non richiedeva procedure burocratiche per essere onorato.
Quella gente veniva definita (e in parte si autodefiniva) “ignorante”, “antiquata”, “poco acculturata”. Eppure aveva costruito, con mezzi minimi e senza apparati formali, un patrimonio immobiliare montano che oggi varrebbe milioni e che rappresenta l’ossatura culturale e paesaggistica delle Alpi italiane.
Un risultato che nessuna pubblica amministrazione contemporanea, con i suoi bandi, i suoi RUP e i suoi CAP, è riuscita a replicare nella stessa misura.
Il paradosso dei piccoli comuni in crisi non è tecnico. Non è un problema di statuti, di regolamenti o di quorum. È un problema culturale. Si è perso il senso profondo della convivenza civile: l’idea che chi vive in un posto piccolo, dove tutti si conoscono, abbia già per natura una responsabilità verso gli altri che va al di là del mandato elettorale.
La democrazia, nei borghi come Pontboset, non dovrebbe essere la riproduzione in miniatura delle logiche partitiche nazionali (con le loro correnti, le loro fedeltà tribali, le loro mozioni di sfiducia presentate come atti di principio). Dovrebbe essere, semmai, il prolungamento istituzionale di quella cultura del mutuo aiuto che ha fatto sopravvivere queste comunità per secoli.
Non un esercizio di retorica, ma un metodo pratico per risolvere problemi reali: la viabilità invernale, il presidio sanitario, la manutenzione dei sentieri, la gestione dell’acquedotto.
Un suggerimento, offerto con tutto il rispetto ricordando quanto già fatto con le parrocchie per la carenza di sacerdoti: si potrebbe, naturalmente, immaginare soluzioni strutturali: la fusione dei comuni minori, la gestione associata dei servizi, l’unione dei comuni come già prevista dalla normativa. Sono strumenti utili, e in parte già praticati. Ma prima degli strumenti ci vogliono le persone, e prima delle persone ci vuole una cultura.
Un suggerimento (avanzato con il rispetto dovuto alle istituzioni e con l’ironia che la situazione merita) è il seguente: prima di candidarsi a sindaco di un comune di cento anime, forse varrebbe la pena fare uno stage da amministratore di condominio.
Si imparerebbe che la governance non è una questione di ideologia, ma di riparare il tetto prima che piova, di rispettare il bilancio, di parlare con i vicini anche quando non si è d’accordo. E soprattutto si imparerebbe che, in uno spazio piccolo, dove tutti si guardano in faccia ogni giorno, la politica non può permettersi il lusso dell’incoerenza.