C’era una volta un mondo in cui i leader erano eletti per servire i propri popoli. Poi qualcosa andò storto — forse fu la prima conferenza stampa, forse il primo jet privato — e da quel giorno la parola «servire» venne sostituita con «decidere». Per gli altri, ovviamente.
Trump, Putin, Netanyahu: tre nomi, tre continenti, un unico sport preferito. Non il golf, non gli scacchi. La guerra. Quella degli altri. Quella che si dichiara da un palazzo climatizzato, si segue su uno schermo piatto e si conclude, per loro, con un comunicato stampa.
Gli innocenti, nel frattempo, contano i morti. E i superstiti contano le macerie. La grande scacchiera geopolitica continua a girare, indifferente, come una giostra di lusso il cui biglietto lo pagano sempre gli stessi: quelli che non possono permettersi di scendere.
Avvicinando il microscopio alla nostra amata valle, il quadro non migliora. Cambia solo la scala dei danni e la grandiosità delle scuse.
Benvenuti in Valle d’Aosta, quella lingua di terra incastrata tra le Alpi dove, a quanto pare, il principale problema dei cittadini non è la lista d’attesa di otto mesi per una visita cardiologica, né il giovane che emigra perché il mercato del lavoro locale è grande quanto un cortile. No.
Si parla di fondi per opere faraoniche; il Comune discute sul raddoppio del tunnel del Monte Bianco, dimenticandosi che è un’opera più volte respinta dal governo francese, mentre l’ospedale di Aosta funziona grazie all’eroismo quotidiano di medici e infermieri, che di eroismi ne hanno già abbastanza. Si discute di visibilità internazionale, mentre il pullman delle 7:14 per il paese accanto è stato soppresso tre anni fa e le strade di Aosta sembrano appena state bombardate da una rappresaglia di chissà quale Paese.
Dalle distese desertiche del Medio Oriente alle vette del Monte Bianco, passando per le steppe dell’Ucraina e i palazzi di vetro di Bruxelles, o i palazzoni romani e valdostani, il copione è sempre lo stesso: qualcuno decide, gli altri subiscono.
E noi? Noi guardiamo. Commentiamo su WhatsApp. Firmiamo petizioni digitali che spariscono nel vuoto del cloud. E poi torniamo a lamentarci al bar, con la tipica frase: votare è inutile, tanto vale lasciar fare a loro e smettere pure di lamentarci.
Le montagne ci circondano e ci illudono di sicurezza. Sono belle, è vero. Maestose. Silenziose. Ma il silenzio delle montagne non è saggezza: è indifferenza geologica. Le Alpi non hanno mai fermato un’ingiustizia. Non hanno mai bloccato una delibera sbagliata. Non hanno mai curato un paziente in lista d’attesa.
La domanda che aleggia nell’aria fredda alpina, cristallina come le nostre acque e ignorata come le nostre istanze, è semplice e feroce: siamo davvero sicuri che le guerre siano così lontane da non toccarci?
Possibile che ancora il mondo si divida tra gente che vuole pace e cooperazione tra le nazioni e speculatori e guerrafondai?
Chissà, forse mentre faremo benzina e leggeremo il nuovo prezzo, mugugnando e inveendo, ci tornerà alla mente che, in fondo, mai nessuna guerra è troppo lontana.