Di Antonio Tarallo - ACI Stampa
Esercizio: termine che rimanda subito all’attività fisica. In palestra, infatti, si praticano esercizi per tenere “in forma” il fisico. Ma la parola può richiamare anche la dimensione spirituale.
In fondo era già stato san Paolo a mettere in parallelo i due aspetti: «Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. Io dunque corro, ma non come chi è senza meta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria; tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato».
Così scrive l’Apostolo delle genti nella Prima Lettera ai Corinzi (capitolo 9). È chiara la metafora tra l’atleta e il cammino spirituale.
Proprio in questi giorni, il Pontefice e la Curia Romana stanno vivendo gli Esercizi spirituali per la Quaresima, una pratica che coinvolge la Curia nei due tempi forti dell’anno liturgico: l’Avvento e la Quaresima.
Quella degli Esercizi spirituali è una tradizione assai antica. Di solito si ricordano quelli di sant’Ignazio di Loyola, ma nella storia della Chiesa non è stato solo lui a “inventare” questo percorso. Il santo gesuita ha certamente contribuito alla loro diffusione e, in un certo modo, alla loro istituzionalizzazione. Prima di lui, però, esiste già una storia che aiuta a comprendere come lo stesso Ignazio sia giunto alla redazione degli Esercizi spirituali.
Già a metà del XV secolo, in Spagna, l’ordine francescano poneva grande attenzione alla vita interiore, fondata soprattutto sulla preghiera e sulla solitudine, intesa come spazio privilegiato di dialogo con Dio. La solitudine è infatti uno degli aspetti centrali degli Esercizi spirituali: è nel silenzio che si intensifica il rapporto con il Signore. Del resto, erano stati già i Padri del deserto a indicare questa strada per approfondire il dialogo con Dio.
Un altro riferimento importante è l’ordine benedettino, che fin dalle origini ha avuto una forte impronta meditativa. Fulcro della giornata monastica è la Lectio divina, cioè la lettura e meditazione della Parola di Dio.
C’è poi una data significativa in questa storia: il 1493. È l’anno di pubblicazione dell’“Exercitatorio de la vida espiritual”, opera del religioso Francisco García de Cisneros, guardiano del convento francescano di La Salceda. In quel testo si comincia a delineare una forma che anticipa, per certi aspetti, gli Esercizi ignaziani.
Ignazio di Loyola li compose nel 1522, in spagnolo, in una stesura non definitiva. Furono poi tradotti in latino e pubblicati a Roma nel 1548. Gli Esercizi spirituali rappresentano la chiave di volta della spiritualità del santo spagnolo.
Questa pratica fu elaborata da lui per la prima volta in forma sistematica: sotto la guida di un direttore spirituale, l’esercitante vive per un mese nel silenzio e nella solitudine. La prima settimana è centrata sull’esame di coscienza; la seconda e la terza sulla contemplazione dei misteri della vita e della Passione di Cristo; nell’ultima settimana l’esercitante giunge infine a una più profonda unione con Dio.