ATTUALITÀ ECONOMIA - 26 febbraio 2026, 12:00

Quando mancano soldi per creare e salvare il lavoro

Cinquanta giovani chiedono di investire in agricoltura, ma solo quattordici progetti verranno finanziati. Il problema non è la mancanza di idee, bensì l’assenza di coordinamento tra assessorati e fondi. Senza una visione integrata tra agricoltura, ambiente e lavori pubblici, la Valle d’Aosta rischia di perdere giovani, territorio e futuro

Il lavoro lo sappiamo, manca. Ma quando mancano addirittura i soldi per creare lavoro, allora qualcosa davvero non funziona.

La notizia che cinquanta giovani valdostani hanno presentato domanda per avviare un’attività agricola e che solo quattordici progetti potranno essere finanziati non è un semplice dato amministrativo: è il ritratto di una regione che rischia di perdere, per mancanza di coordinamento, ciò che più le serve per restare viva.

In un territorio che vede i piccoli comuni svuotarsi, i versanti indebolirsi e il rischio idrogeologico crescere, il fatto che decine di ragazzi siano pronti a investire il proprio futuro nella cura della terra dovrebbe essere considerato un patrimonio collettivo, non un problema di ripartizione dei fondi. L’articolo di un quotidiano locale evidenzia una criticità nota da anni: ogni assessorato procede per conto proprio, ognuno con il suo bilancio, il suo perimetro, il suo “gruzzoletto” da difendere come se fosse un feudo.

Eppure, in molte regioni europee e in diversi Paesi alpini, la logica è ormai opposta. In Austria, ad esempio, i progetti agricoli giovanili vengono valutati insieme a quelli ambientali e forestali, perché si riconosce che un’azienda agricola di montagna è anche un presidio contro l’erosione e le frane. In Svizzera, i cantoni integrano fondi agricoli e fondi per la protezione del territorio quando un progetto ha ricadute sulla sicurezza. In alcune regioni francesi, i lavori pubblici programmati nei comuni rurali vengono pianificati congiuntamente ai bandi per l’insediamento dei giovani agricoltori, così da evitare duplicazioni e massimizzare l’efficacia degli investimenti.

Non si tratta di miracoli amministrativi, ma di una scelta politica precisa: smettere di ragionare per compartimenti stagni e iniziare a considerare il territorio come un sistema unico, dove agricoltura, ambiente e infrastrutture non sono tre capitoli separati, ma tre funzioni che si rafforzano a vicenda.

In Valle d’Aosta, invece, si continua a trattare i giovani agricoltori come semplici richiedenti di un contributo, quando in realtà sono potenziali partner nella gestione del territorio. Ogni azienda agricola che nasce in montagna riduce il rischio idrogeologico, mantiene vivi i villaggi, presidia i versanti, limita l’abbandono dei terreni e contribuisce alla sicurezza collettiva.

Perché allora non immaginare che un progetto agricolo possa essere sostenuto anche da fondi ambientali quando produce benefici ambientali, o da fondi dei lavori pubblici quando richiede infrastrutture utili all’intera comunità? Perché non programmare insieme interventi che oggi vengono spezzettati in tre assessorati diversi, con tre cronoprogrammi e tre logiche di spesa che raramente si incontrano?

Continuare a gestire ogni bilancio come un patrimonio personale significa rinunciare a una visione d’insieme e lasciare che trentasei giovani, pronti a restare, lavorare e investire, vengano respinti non per mancanza di idee, ma per mancanza di coordinamento.

La Valle d’Aosta è una regione piccola e, proprio per questo, potrebbe essere più agile, più integrata, più capace di unire risorse e competenze. Se sceglierà di farlo, quei cinquanta progetti non saranno un problema da smistare tra uffici, ma l’inizio di una politica territoriale moderna, capace di mettere al centro chi vuole costruire futuro invece di chiudere porte per mancanza di fondi settoriali.

Se invece si continuerà a difendere ogni assessorato come un’isola, si continueranno a perdere giovani, territorio e opportunità. La scelta è politica, non contabile. E il tempo per prenderla non è infinito.

Vittore Lume-Rezoli