C’è una domanda scomoda che si aggira nei corridoi della sanità valdostana e che troppo spesso rimane senza risposta: quando si parla di crisi del sistema, chi viene davvero tutelato? Il cittadino che aspetta sei mesi per una visita oculistica o il lavoratore esausto che non regge più il ritmo dei turni?
Non si tratta di una contrapposizione artificiosa. Al contrario: è la fotografia fedele di una crisi sistemica che stringe in una morsa sia chi chiede cure sia chi dovrebbe erogarle. La Valle d’Aosta, regione che ha sempre considerato la propria sanità pubblica un vanto, un «fiore all’occhiello», come si diceva fino a non troppi anni fa, si trova oggi a dover fare i conti con una realtà molto meno rosea.
Le avvisaglie erano nell’aria da tempo: commenti sarcastici sotto gli articoli online, lamentele nei bar, storie raccontate sottovoce. Ora, però, i dati disponibili sul portale della USL Valle d’Aosta restituiscono un quadro che non lascia spazio a interpretazioni di comodo.
Partiamo dall’esperienza concreta dei cittadini. Le testimonianze raccolte parlano di visite oculistiche spostate di sei o sette mesi, di controlli pediatrici con attese analoghe. Non si tratta di casi isolati, ma di un disagio diffuso che tocca fasce di popolazione vulnerabili: anziani, bambini, pazienti con patologie croniche, per i quali il tempo è spesso un fattore determinante. Eppure le risposte istituzionali continuano a ripetere lo stesso copione: mancanza di medici, carenza di infermieri, scarsità di operatori socio-sanitari. Giustificazioni vere, almeno in parte, ma che rischiano di diventare un alibi quando non sono accompagnate da un’analisi seria delle cause profonde.
È qui che i numeri diventano dirompenti. Un’analisi condotta sui dati pubblici del portale USL ha rivelato un fenomeno che difficilmente può essere liquidato come fisiologico: in alcuni mesi, in alcuni reparti dell’azienda sanitaria valdostana, il tasso di assenza del personale ha raggiunto livelli che superano di sei o sette volte la media nazionale di riferimento.
Dati analizzati, rielaborati, controllati: il risultato non cambiava. In certi periodi, determinati reparti della USL hanno registrato percentuali di assenza che, confrontate con i benchmark nazionali, risultano anomale in modo statisticamente significativo. Valori che, in qualsiasi azienda privata, avrebbero già innescato audit interni, piani di intervento e tavoli di crisi.
Come interpretare questi numeri? Le spiegazioni possono essere molteplici e non si escludono a vicenda: stress cronico, burnout professionale, turni massacranti, difficoltà relazionali interne, clima organizzativo deteriorato. Ma il punto cruciale è un altro: qualcuno, all’interno delle istituzioni preposte, si è davvero fermato a chiedersi il perché?
A complicare ulteriormente il quadro c’è un fenomeno strutturale che affligge da anni le regioni di confine: la competizione con i sistemi sanitari francese e svizzero. La Valle d’Aosta, per la sua posizione geografica, è esposta più di altre aree italiane a questa concorrenza.
Medici e infermieri che scelgono di lavorare oltre confine non lo fanno per capriccio: le retribuzioni sono significativamente più alte, le condizioni di lavoro vengono descritte come migliori e il riconoscimento professionale più solido. Voci dirette di operatori sanitari confermano questa tendenza: non è solo una questione di stipendio, ma di qualità complessiva dell’ambiente lavorativo.
Di fronte a questo scenario, la Regione si trova nell’impossibilità (o nell’incapacità politica) di offrire incentivi economici adeguati per attrarre personale da altre realtà italiane, come Torino o Milano, e nel contempo perde professionisti formati sul proprio territorio verso sistemi sanitari che li trattano meglio. Un doppio svantaggio competitivo che pesa in modo diretto sulla qualità delle cure erogate ai cittadini valdostani.
C’è una domanda che i dati sulle assenze sollevano con forza e che riguarda direttamente il benessere degli operatori sanitari: cosa succede a chi lavora in condizioni di stress prolungato, con organici ridotti, carichi di lavoro crescenti e la costante percezione di non riuscire a garantire le cure che i pazienti meritano?
Il burnout nel settore sanitario non è un’iperbole giornalistica: è un fenomeno clinicamente riconosciuto, con conseguenze documentate sia sulla salute dei lavoratori sia sulla qualità delle prestazioni erogate. Un professionista esausto commette più errori, è meno empatico e si assenta di più. Il circolo vizioso è evidente: meno personale disponibile genera più carico sugli altri, che si ammalano o si assentano a loro volta, aggravando ulteriormente la situazione.
Parlare di assenze elevate senza interrogarsi sulle loro cause (senza chiedersi se dietro quei numeri ci siano persone che non ce la fanno più) significa guardare l’effetto ignorando la malattia.
La notizia della riduzione del personale alla struttura G.B. Festaz, stando alle indiscrezioni circolate di recente, ha scatenato reazioni dure sui social e nei commenti online. Un’indignazione comprensibile, ma che rischia di restare fine a se stessa se non si inserisce in un ragionamento più ampio.
Quattro unità in meno possono sembrare poca cosa in termini assoluti. Ma in un sistema già sotto pressione, ogni riduzione si moltiplica: significa turni redistribuiti, straordinari non pagati o male retribuiti e qualità dell’assistenza a rischio. E significa, ancora una volta, cittadini che pagano il prezzo finale di scelte gestionali su cui non vengono mai consultati.
Come ricordava un economista francese, i numeri sono numeri: non mentono, non hanno ideologia, non proteggono nessuno. Servono a capire se c’è un problema. E i numeri che emergono dalla USL Valle d’Aosta dicono che un problema c’è ed è serio.
La domanda che si pone con urgenza è: chi ha il coraggio di affrontarlo? La politica regionale, che ha la responsabilità del governo della sanità pubblica, è chiamata a uscire dalla zona di conforto degli annunci e a misurarsi con i dati reali sulle assenze, sull’attrattività del sistema e sulle condizioni di lavoro del personale. Non basta invocare la carenza nazionale di medici: serve capire perché la Valle d’Aosta sia meno attrattiva di altri contesti e cosa si può fare concretamente per invertire la rotta.
Il sindacato, dal canto suo, ha una responsabilità speculare. Difendere i lavoratori della sanità significa anche avere il coraggio di denunciare pubblicamente, e con dati alla mano, le condizioni in cui operano, senza attendere che siano i cittadini esasperati a farlo con commenti arrabbiati online. Significa pretendere che i tassi di assenza anomali vengano analizzati, che vengano attivati percorsi di supporto psicologico e gestione dello stress e che le retribuzioni siano competitive almeno con le realtà italiane comparabili.
E il cittadino? Il cittadino aspetta. Aspetta la visita che è stata spostata di sei mesi. Aspetta che qualcuno gli spieghi perché il sistema in cui ha sempre creduto sembra non funzionare più come prima. Aspetta risposte che fino ad oggi non sono arrivate.