C’è qualcosa di profondamente stonato – e direi anche di moralmente osceno – nel cosiddetto “Board of Peace” per la ricostruzione di Gaza presieduto da Donald Trump. Un organismo che già nel nome suona come una beffa: pace costruita a colpi di business plan, appalti e render 3D, mentre sotto le macerie ci sono ancora corpi, famiglie spezzate, bambini amputati, città cancellate.
Il fatto che perfino il Santa Sede abbia deciso di non partecipare dovrebbe far riflettere chiunque. Non stiamo parlando di un governo “antiamericano” o di un esecutivo ideologicamente schierato contro Washington. Parliamo del Vaticano, che raramente si espone in modo così netto su tavoli multilaterali di natura economico-politica. Se persino la Santa Sede sceglie di non sedersi a quel tavolo, significa che il problema non è tecnico. È etico.
Qui non siamo davanti a un piano umanitario condiviso dalle Nazioni Unite. Non è un processo multilaterale legittimato da una cornice giuridica internazionale chiara. È un board presieduto da un leader che – per sua stessa impostazione – concepisce la politica estera come un’estensione del mercato immobiliare: territori da “valorizzare”, macerie da trasformare in investimenti, tragedie da convertire in opportunità.
E Gaza rischia di diventare l’ennesimo terreno di speculazione edilizia con le fondamenta nel sangue di migliaia e migliaia di palestinesi.
La ricostruzione è necessaria. Nessuno lo nega. Gaza va ricostruita, le case vanno rifatte, le infrastrutture ripristinate, gli ospedali riaperti. Ma la domanda è: chi guida questo processo? Con quali garanzie? Con quale legittimità? E soprattutto: con quale rispetto per il diritto internazionale e per l’autodeterminazione del popolo palestinese?
Un board presieduto da Trump, strutturato in modo tale da non poter essere rimosso o ribilanciato, somiglia più a una cabina di regia blindata che a un organismo di cooperazione. Non c’è neutralità. Non c’è equilibrio. Non c’è – almeno finora – una chiara subordinazione a un quadro politico di pace vero, condiviso, fondato su due Stati e su garanzie internazionali.
Senza una soluzione politica, la ricostruzione rischia di essere solo maquillage. Cemento sopra le ferite. Business sopra il lutto.
Qui arriva la parte chefa più male.
Il governo italiano ha scelto di partecipare. Ha scelto di esserci. Di non rompere il fronte occidentale. Di non disturbare Washington. Di non incrinare l’asse con certi ambienti della destra americana e con quei comparti sovranisti che vedono in Trump un punto di riferimento identitario prima ancora che politico.
Ma l’Italia non è obbligata a seguire ogni iniziativa che arriva dagli Stati Uniti. Non lo è giuridicamente. Non lo è moralmente. Non lo è storicamente.
L’Italia avrebbe potuto fare come il Vaticano. Avrebbe potuto dire: partecipiamo a un processo di ricostruzione sotto egida ONU, dentro un quadro multilaterale chiaro, con un mandato preciso e con garanzie sul rispetto del diritto internazionale. Non a un board blindato, presieduto da una figura politicamente divisiva, senza un percorso politico condiviso a monte.
Perché non l’ha fatto?
Le ragioni sono politiche. E vanno dette.
- Allineamento atlantico rigido: il governo teme di apparire ambiguo o “debole” nei confronti dell’alleato americano.
- Calcolo interno: una parte consistente dell’elettorato di destra guarda con simpatia al mondo trumpiano e a una narrazione muscolare delle relazioni internazionali.
- Visione economicista: la ricostruzione viene letta come opportunità per imprese italiane, come spazio di penetrazione economica, come dossier industriale prima ancora che politico.
Ma tutto questo ignora un punto fondamentale: la politica estera non è solo mercato. È anche – e soprattutto – responsabilità morale.
C’è un paradosso che grida vendetta. L’Italia si presenta spesso come ponte nel Mediterraneo, come Paese dialogante, come promotrice di stabilità e cooperazione. E poi sceglie di sedersi a un tavolo che molti nel mondo arabo percepiscono come l’ennesima operazione calata dall’alto, priva di reale rappresentanza palestinese e di garanzie politiche.
Il Vaticano, che non ha eserciti né interessi industriali, ha capito che partecipare avrebbe significato legittimare un’impostazione discutibile. L’Italia, Stato sovrano con una tradizione diplomatica importante, ha scelto il contrario.
Non è questione di essere “contro Israele” o “contro gli Stati Uniti”. È questione di coerenza. Se si parla di pace, la pace non può nascere da un board strutturato come una holding. Se si parla di ricostruzione, la ricostruzione non può essere percepita come una spartizione.
Il rischio è evidente: trasformare la tragedia di Gaza in una gigantesca operazione economica internazionale, con appalti, subappalti, fondi, consulenze, investimenti immobiliari, mentre la questione politica – Stato palestinese, sicurezza, confini, diritti – resta sospesa.
Costruire palazzi senza costruire giustizia non è pace. È urbanistica sopra il conflitto.
L’Italia avrebbe potuto dare un segnale diverso. Avrebbe potuto dire che prima viene la cornice politica, poi il cemento. Prima il diritto, poi il business. Prima la dignità dei palestinesi, poi gli interessi delle imprese.
Ha scelto di non farlo.
E quando persino il Vaticano si tira indietro, la domanda non è più diplomatica. È morale.
E la risposta, purtroppo, non ci fa onore.
Vergogna nel Board of Peace
Il y a quelque chose de profondément dissonant – et j’oserais dire moralement obscène – dans ce que l’on appelle le « Board of Peace » pour la reconstruction de Gaza, présidé par Donald Trump. Un organisme qui, dès son appellation, sonne comme une moquerie : une paix bâtie à coups de business plans, d’appels d’offres et de rendus 3D, tandis que sous les décombres gisent encore des corps, des familles brisées, des enfants amputés, des villes rayées de la carte.
Le fait que même le Saint-Siège ait décidé de ne pas y participer devrait faire réfléchir tout le monde. Il ne s’agit pas d’un gouvernement « anti-américain » ni d’un exécutif idéologiquement opposé à Washington. Il s’agit du Vatican, qui s’expose rarement de manière aussi nette dans des enceintes multilatérales à caractère politico-économique. Si même le Saint-Siège refuse de s’asseoir à cette table, c’est que le problème n’est pas technique. Il est éthique.
Nous ne sommes pas face à un plan humanitaire partagé par les Nations unies. Il ne s’agit pas d’un processus multilatéral légitimé par un cadre juridique international clair. Il s’agit d’un board présidé par un dirigeant qui, par sa propre conception, considère la politique étrangère comme une extension du marché immobilier : des territoires à « valoriser », des ruines à transformer en investissements, des tragédies à convertir en opportunités.
Et Gaza risque de devenir un énième terrain de spéculation immobilière, dont les fondations reposent sur le sang de milliers et de milliers de Palestiniens.
La reconstruction est nécessaire. Personne ne le nie. Gaza doit être reconstruite, les maisons rebâties, les infrastructures rétablies, les hôpitaux rouverts. Mais la question est la suivante : qui dirige ce processus ? Avec quelles garanties ? Avec quelle légitimité ? Et surtout : avec quel respect du droit international et de l’autodétermination du peuple palestinien ?
Un board présidé par Trump, structuré de manière à ne pouvoir être ni révoqué ni rééquilibré, ressemble bien davantage à une salle de contrôle verrouillée qu’à un organisme de coopération. Il n’y a pas de neutralité. Il n’y a pas d’équilibre. Il n’y a pas – du moins à ce stade – de subordination claire à un véritable cadre politique de paix, partagé, fondé sur la solution à deux États et sur des garanties internationales.
Sans solution politique, la reconstruction risque de n’être qu’un maquillage. Du béton sur les blessures. Du business sur le deuil.
C’est ici que commence la partie la plus douloureuse.
Le gouvernement italien a choisi de participer. Il a choisi d’être présent. De ne pas rompre le front occidental. De ne pas contrarier Washington. De ne pas fragiliser l’axe avec certains milieux de la droite américaine et avec ces courants souverainistes qui voient en Trump un repère identitaire avant même d’y voir un acteur politique.
Mais l’Italie n’est pas tenue de suivre chaque initiative venant des États-Unis. Elle ne l’est pas juridiquement. Elle ne l’est pas moralement. Elle ne l’est pas historiquement.
L’Italie aurait pu faire comme le Vatican. Elle aurait pu dire : nous participons à un processus de reconstruction sous l’égide de l’ONU, dans un cadre multilatéral clair, avec un mandat précis et des garanties quant au respect du droit international. Pas à un board verrouillé, présidé par une figure politiquement clivante, sans parcours politique partagé en amont.
Pourquoi ne l’a-t-elle pas fait ?
Les raisons sont politiques. Et elles doivent être dites.
Un alignement atlantique rigide : le gouvernement craint d’apparaître ambigu ou « faible » vis-à-vis de l’allié américain.
Un calcul interne : une partie significative de l’électorat de droite regarde avec sympathie le monde trumpien et une lecture musclée des relations internationales.
Une vision économiciste : la reconstruction est perçue comme une opportunité pour les entreprises italiennes, comme un espace de pénétration économique, comme un dossier industriel avant même d’être politique.
Mais tout cela ignore un point fondamental : la politique étrangère n’est pas seulement un marché. Elle est aussi – et surtout – une responsabilité morale.
Il existe un paradoxe criant. L’Italie se présente souvent comme un pont en Méditerranée, comme un pays du dialogue, comme un promoteur de stabilité et de coopération. Et elle choisit ensuite de s’asseoir à une table que beaucoup, dans le monde arabe, perçoivent comme une énième opération imposée d’en haut, dépourvue de réelle représentation palestinienne et de garanties politiques.
Le Vatican, qui ne dispose ni d’armées ni d’intérêts industriels, a compris que participer aurait signifié légitimer une approche discutable. L’Italie, État souverain doté d’une tradition diplomatique importante, a fait le choix inverse.
Il ne s’agit pas d’être « contre Israël » ou « contre les États-Unis ». Il s’agit de cohérence. Si l’on parle de paix, la paix ne peut pas naître d’un board structuré comme une holding. Si l’on parle de reconstruction, celle-ci ne peut pas être perçue comme un partage.
Le risque est évident : transformer la tragédie de Gaza en une gigantesque opération économique internationale, avec appels d’offres, sous-traitances, fonds, consultances et investissements immobiliers, tandis que la question politique – État palestinien, sécurité, frontières, droits – demeure en suspens.
Construire des immeubles sans construire la justice, ce n’est pas la paix. C’est de l’urbanisme posé sur le conflit.
L’Italie aurait pu envoyer un signal différent. Elle aurait pu dire que le cadre politique vient avant le béton. Le droit avant le business. La dignité du peuple palestinien avant les intérêts des entreprises.
Elle a choisi de ne pas le faire.
Et lorsque même le Vatican se retire, la question n’est plus diplomatique. Elle est morale.
Et la réponse, malheureusement, ne nous honore pas.