Il dibattito pubblico sull’aumento delle diagnosi di ADHD e Disturbi Specifici dell’Apprendimento si arricchisce di un intervento netto del Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei Diritti Umani. A firmarlo è il presidente, Romano Pesavento, che invita a riportare la discussione «entro una cornice costituzionale, pedagogica e istituzionale rigorosa», lontano da letture allarmistiche.
«Non siamo di fronte a un’epidemia, bensì all’emersione di una realtà a lungo invisibile», afferma Pesavento. Secondo il Coordinamento, l’incremento delle diagnosi non indicherebbe una proliferazione improvvisa dei disturbi del neurosviluppo, ma «una maggiore capacità di riconoscimento clinico e una più diffusa consapevolezza culturale».
Ogni dato statistico, sottolinea il presidente, «rappresenta una biografia educativa concreta, un diritto che può essere garantito o ritardato, una traiettoria di crescita che può essere sostenuta o compromessa». Da qui la richiesta di abbandonare la logica dell’emergenza mediatica per assumere quella della responsabilità istituzionale.
Il cuore dell’intervento è giuridico. Pesavento richiama esplicitamente gli articoli 3, 32 e 34 della Costituzione: eguaglianza sostanziale, tutela della salute e diritto allo studio. «Quando la diagnosi di ADHD giunge mediamente tra i nove e i dieci anni, quando i percorsi valutativi si protraggono per mesi o anni, quando le famiglie si confrontano con una frammentazione tra scuola, servizi sanitari ed enti amministrativi, non siamo soltanto dinanzi a inefficienze procedurali. Siamo dinanzi a una compressione differita di diritti fondamentali».
Il ritardo diagnostico, osserva il Coordinamento, produce effetti cumulativi: insuccesso scolastico, perdita di autostima, stigmatizzazione, conflitti relazionali. «Le evidenze sugli accessi ai pronto soccorso pediatrici per disagio psicologico dimostrano che il mancato riconoscimento precoce può favorire evoluzioni più complesse e talvolta pericolose. La prevenzione non è un’opzione organizzativa: è un dovere costituzionale».
Accanto al piano giuridico c’è quello pedagogico. «La scuola è chiamata a superare definitivamente il paradigma della normalizzazione», afferma Pesavento. L’apprendimento, ricorda, «non è un processo neutro né standardizzato; è incarnato, relazionale, emotivamente situato». Le neuroscienze educative – viene sottolineato – mostrano che la regolazione emotiva precede quella cognitiva e che l’interesse autentico è la leva primaria dell’attenzione. «Una scuola che pretende uniformità comportamentale come condizione preliminare per apprendere rischia di produrre esclusione. Una scuola dei diritti umani, al contrario, organizza la differenza e la trasforma in risorsa educativa».
Il Coordinamento si rivolge direttamente al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, chiedendo una riforma sistemica fondata su tempestività garantita e continuità integrata. «È necessario un intervento normativo che riconosca formalmente la diagnosi precoce dei disturbi del neurosviluppo come presupposto essenziale per l’effettività del diritto allo studio».
Tra le proposte, l’introduzione di un termine massimo uniforme su tutto il territorio nazionale per la conclusione dei percorsi diagnostici in età evolutiva, inserito nei livelli essenziali delle prestazioni, «così da sottrarre la tempestività alla discrezionalità territoriale».
Non solo. Il Coordinamento propone «un modello stabile di integrazione istituzionale tra scuola e sistema sanitario», fondato su équipe territoriali permanenti e protocolli condivisi, per assicurare continuità documentale e coerenza tra piano educativo e piano terapeutico. «L’obiettivo non è moltiplicare adempimenti, ma ridurre la frammentazione, garantendo una presa in carico unitaria e tempestiva».
Sul piano delle garanzie, Pesavento rilancia l’idea di una Carta nazionale dei diritti dello studente neurodivergente: «Un atto di indirizzo vincolante capace di definire standard minimi uniformi di tutela, tempi certi di attivazione delle misure educative e criteri omogenei di applicazione sul territorio nazionale». Uno strumento che, secondo il presidente, avrebbe valore sostanziale e non solo simbolico, contribuendo a ridurre le diseguaglianze territoriali.
Infine, il nodo della formazione. «Nessuna riforma potrà essere efficace senza un investimento strutturale nella formazione obbligatoria e permanente del personale docente», avverte Pesavento, affinché le competenze in materia di neurodiversità e didattica inclusiva diventino parte integrante della professionalità ordinaria.
La crescita delle diagnosi, conclude il presidente del Coordinamento, «non rappresenta una fragilità del sistema, ma un segnale di maturazione collettiva». La vera prova, insiste, sarà trasformare questa consapevolezza «in architettura normativa stabile, capace di prevenire il disagio, garantire eguaglianza sostanziale e valorizzare la pluralità dei modi di apprendere».
È su questo terreno, chiosa, «che si misura la credibilità costituzionale del nostro sistema educativo».