C’è chi governa.
C’è chi amministra.
E poi c’è chi conta.
Non i problemi della città.
Le schede.
Succede che i gruppi consiliari di minoranza – La Renaissance Valdôtaine, Fratelli d’Italia, Lega Vallée d’Aoste, gruppo misto, con l’UDC e l’avvocato Orlando Navarra in assetto da battaglia permanente – abbiano deciso che il vero tema politico di Aosta non sono traffico, bilancio, cantieri o servizi, ma la matematica elettorale applicata alla nostalgia.
Il TAR Valle d’Aosta, con sentenza del 30 gennaio 2026, ha già fatto il suo mestiere: ha ritenuto possibile ridurre il divario tra le coalizioni Rocco-Fadda e Girardini-Furci da 15 a 6 voti. Non bruscolini, certo. Ma nemmeno la presa della Bastiglia. Per il resto? «Inammissibili per carenza di interesse».
Che tradotto dal burocratese significa: calma.
E invece no.
Perché la nuova frontiera dell’opposizione creativa è il ricorso seriale. Si va al Consiglio di Stato, evocando “mancanza di trasparenza” e “verità” come se in Comune fosse sparita la Gioconda tra uno scrutinio e l’altro.
La scena è questa: Aosta con buche, parcheggi che evaporano, commercianti in apnea, giovani che emigrano, e una parte della politica che, anziché incalzare la maggioranza sui dossier veri, preferisce trasformare il post-elezione in una serie Netflix: “Il Trono di Scheda – La rivincita dei sei voti”.
Sia chiaro: ricorrere è legittimo. È diritto sacrosanto. Ma quando il ricorso diventa identità politica, forse qualcosa non torna.
La motivazione ufficiale è nobile: garantire “il vero verdetto elettorale” ed evitare che “serpeggi il dubbio”.
Il punto è che il dubbio, a forza di alimentarlo, prima o poi diventa mestiere.
E qui viene la domanda al peperoncino rosso: non è che, sotto sotto, l’unica cosa davvero inaccettabile sia stata la sconfitta?
Perché c’è una differenza sottile tra difendere la trasparenza e non accettare il risultato.
Tra vigilanza democratica e rassegnazione impossibile.
Tra opposizione politica e opposizione aritmetica.
La città, intanto, aspetta.
Aspetta proposte, alternative, visioni.
Non l’ennesima udienza.
E mentre qualcuno prepara le memorie difensive, i cittadini preparano le valigie – o più semplicemente la pazienza.
In fondo la vera trasparenza, forse, sarebbe dire la verità più semplice di tutte: perdere fa male. Ma governare l’amarezza è già un atto politico.
Aosta non ha bisogno di contatori di voti.
Ha bisogno di contatori di problemi risolti.
E quelli, finora, non si riconteggiano al Consiglio di Stato.