ATTUALITÀ - 14 febbraio 2026, 12:00

Le lacrime a gettone, manuale di ipocrisia contemporanea

Un viaggio amaro e sarcastico nella morale selettiva del nostro tempo, dove la memoria è sacra solo se non disturba il presente e la compassione funziona a intermittenza, come un gettone inserito al momento giusto

Ah, che meraviglia la coerenza morale selettiva! Quella splendida capacità umana di commuoversi davanti a tragedie accuratamente selezionate dal catalogo, mentre altre – quelle un po’ troppo attuali, un po’ troppo scomode – possono tranquillamente andare in archivio sotto la voce “non pervenute”.

Prendiamo i nostri valorosi difensori della memoria storica. Quegli stessi che recitano “Mai più” con la lacrima pronta, il fazzoletto a portata di mano e la retorica ben oliata davanti ai monumenti del passato. Poi torni a casa, accendi i social e, sorpresa, eccoli lì: gli stessi campioni dell’umanità che commentano foto di bambini annegati con perle di saggezza tipo “se stavano a casa loro…”.

Perché, vedete, c’è morte e morte. C’è la morte buona – quella storica, quella da commemorazione ufficiale, quella che ti fa fare bella figura alle cerimonie – e c’è la morte cattiva, quella che accade adesso, quella che ti costringerebbe a fare qualcosa invece di limitarti a depositare una corona di fiori una volta l’anno.

Il meccanismo è geniale nella sua semplicità:

Morti italiani del passato = tragedia assoluta, cerimonie solenni, minuti di silenzio.
Morti stranieri del presente = “eh, ma i confini”, “prima gli italiani”, “mica possiamo accoglierli tutti”.

È una questione di priorità, capirete. Le nostre lacrime sono una risorsa limitata: non possiamo sprecarle per chiunque. Servono per le commemorazioni importanti, quelle con le autorità presenti e i giornalisti.

E poi c’è quella categoria speciale di esseri umani che ha trasformato il cinismo in forma d’arte: quelli che parlano di “difesa dei valori occidentali” mentre incarnano esattamente tutto ciò contro cui l’Occidente – almeno a parole – dovrebbe combattere; quelli che citano la democrazia mentre inneggiano allo sterminio, che parlano di civiltà mentre celebrano la morte.

Il paradosso del “mai più” a intermittenza: la genialità sta tutta qui. Siamo riusciti a costruire una società che piange disperatamente le vittime del nazifascismo mentre applaude leggi che criminalizzano chi salva vite in mare. Come? Semplice: basta non chiamare le cose con lo stesso nome.

Non sono “campi di concentramento”, sono “centri di accoglienza”.
Non è “razzismo”, è “protezione dell’identità culturale”.
Non sono “morti evitabili”, sono “conseguenze della migrazione irregolare”.

Cambiate le parole e potete dormire sonni tranquilli.

Il bello è che questi paladini dell’ipocrisia hanno anche l’audacia di offendersi quando qualcuno osa notare la contraddizione. “Come ti permetti di paragonare? È completamente diverso!”. Certo, completamente diverso. Una cosa è successa ottant’anni fa ed era fatta da cattivoni con le svastiche; l’altra succede oggi ed è fatta da noi, gente perbene, con le bandiere giuste e le motivazioni nobili.

Perché, vedete, c’è un modo accettabile di essere disumani. Non puoi dire apertamente “voglio che muoiano”: sarebbe di cattivo gusto. Devi dire “dobbiamo proteggere i nostri confini”. Non puoi dire “non mi interessano”: devi dire “non possiamo aiutare tutti”. Non puoi dire “non sono esseri umani come noi”: devi dire “prima dobbiamo pensare ai nostri”.

È la crudeltà educata, quella che ti permette di andare a messa la domenica con la coscienza pulita, dopo aver commentato sui social che i migranti andrebbero rispediti indietro, magari con qualche emoji ben scelta per addolcire il concetto.

E quando qualcuno salva quelle vite che dovrebbero rimanere elegantemente sommerse? Multa. Perché il vero crimine non è lasciar morire la gente: è rovinare la narrativa.

Tra cent’anni – ammesso che la nostra civiltà, così avanzata, sopravviva tanto a lungo – qualcuno erigerà un monumento ai morti del Mediterraneo. Ci saranno cerimonie solenni, discorsi commossi, autorità in processione. “Mai più”, diranno con le lacrime agli occhi.

E i nipoti di chi oggi scrive “se stavano a casa loro” deporranno fiori e si commuoveranno sinceramente, scandalizzati dall’inumanità dei loro nonni. Proprio come facciamo noi oggi con i nostri.

Nel frattempo, in quel futuro ipotetico, ci sarà qualche altra categoria di esseri umani che non merita salvezza. Perché la storia non insegna niente a chi preferisce non imparare.

C’è quasi da ammirare quelli che scrivono apertamente “sterminare”, quelli che non si nascondono dietro eufemismi. Almeno sono onesti nella loro mostruosità. Sono quelli che ci ricordano, senza ipocrisia, cosa davvero si nasconde dietro tante belle parole sui “valori”, sulla “sicurezza”, sui “confini”.

Sono lo specchio in cui non vogliamo guardarci, perché mostrano esattamente dove porta la strada che stiamo percorrendo, solo senza i filtri e i giri di parole che ci permettono di dormire la notte.

La verità è che le nostre lacrime sono a gettone. Funzionano solo per chi decidiamo meriti compassione. Gli altri possono anche annegare: basta che lo facciano lontano, dove non disturbano il nostro senso di superiorità morale costruito su commemorazioni annuali e retoriche vuote.

“Mai più”, diciamo. E poi aggiungiamo sottovoce: “…a noi. Agli altri, vabbè”.

Ma tranquilli: tra qualche decennio piangeremo anche per loro. Quando saranno morti da abbastanza tempo da non disturbare più.

Vittore Lume-Rezoli