Il y a un peu de notre Challand aussi, dans la victoire de Federica Brignone. E non è solo una formula romantica buona per le celebrazioni post-gara. È un fatto concreto, chirurgico, scientifico. Perché dietro la magia sportiva della campionessa azzurra c’è il lavoro dell’équipe medica della Federazione, guidata da Andrea Panzeri, che ha orchestrato tempi, scelte e interventi decisivi per rimettere in piedi – letteralmente – un ginocchio devastato.
Tra quei camici bianchi, però, c’è anche un nome che da noi dice qualcosa in più. Anzi, che dovrebbe dirlo. Perché molti giornali lo hanno scritto male: Tiebà. Con quell’accento finale un po’ esotico e impreciso. Ma il nome corretto è Gabriele Thiébat. Medico, valdostano, figlio di Pierluigi, chirurgo ed ex Syndic d’Aoste. Un professionista che ha fatto parte dell’équipe che ha operato e rimesso in asse il ginocchio di Federica Brignone.
Panzeri non ha dubbi su cosa abbia fatto la differenza. «La sua caparbietà, la sua forza. È girato tutto bene dall’inizio. Abbiamo scelto il timing giusto, farla rientrare, operarla subito alla sera tardi, l’équipe giusta». Una corsa contro il tempo, con tanti specialisti in sala operatoria, ciascuno con una competenza specifica: chi più sull’osso, chi sui legamenti, chi sulle parti molli. Un gruppo che lavora insieme da anni, affiatato e abituato alle emergenze ad altissima pressione.
La sera dell’infortunio, Panzeri era a Lione proprio con Thiébat. «Quando è arrivata la notizia della frattura ho detto: “Non ci posso credere”». Da lì, il rientro immediato a Milano e l’organizzazione lampo dell’intervento. Placca, sette o otto viti, una ricostruzione complessa. Non un’operazione di routine, ma una di quelle che segnano una carriera – medica e sportiva.
Il percorso non è stato lineare. Anzi. La fase più delicata è stata la rieducazione: trovare l’equilibrio tra quanto caricare e quanto piegare, rispettando i tempi diversi di guarigione di osso e legamenti. Il ginocchio era rigido, non superava i novanta gradi. Il secondo intervento era stato messo in conto. «Lei mi ha detto: “Ok, non miglioro più, torniamo in sala operatoria”». Testa, volontà, fame di tornare competitiva. «Se fosse una persona normale, oggi sarebbe ancora in riabilitazione», ammette Panzeri.
La scelta di proseguire il lavoro al centro “J Medical” di Torino è stata condivisa: un ambiente protetto, vicino a casa, con fisioterapisti e medici di fiducia. Un percorso completo, che ha previsto anche infiltrazioni e ogni trattamento utile a ridurre dolore e infiammazione. «Ma non pensate che sia scesa così: il ginocchio fa male», ricorda Panzeri. La riabilitazione è finita, ora si parla di riatletizzazione. Ma la fatica è stata reale.
E allora sì, Piero, possiamo dirlo con un pizzico di orgoglio regionale: dietro una vittoria mondiale c’è anche un pezzo di Valle d’Aosta. Non solo nei titoli celebrativi, ma nella sala operatoria, nelle notti insonni, nelle decisioni prese in pochi minuti.
Hanno sbagliato a scrivere il nome, ma non la sostanza. Thiébat, non Tiebà. Un valdostano su cui vale la pena mettere l’accento giusto.