È una misura che, al di là della sua eventuale compatibilità costituzionale, apre un interrogativo più profondo: che cosa accade quando un’istituzione decide di schierarsi in un processo penale contro i propri cittadini, prima ancora che la giustizia abbia accertato responsabilità individuali?
In Italia la costituzione di parte civile è uno strumento previsto dall’ordinamento, ma è tradizionalmente utilizzato da soggetti direttamente danneggiati da un reato.
Una Regione, invece, rappresenta l’intera comunità: maggioranza, opposizione, cittadini innocenti, cittadini imputati, persone che protestano, persone che sbagliano.
Se l’istituzione assume il ruolo di parte civile “a prescindere”, si crea un cortocircuito: l’ente pubblico diventa automaticamente avversario del cittadino, anche quando quest’ultimo non è ancora stato riconosciuto colpevole. È un ribaltamento simbolico e politico non da poco.
La democrazia si fonda sul principio che lo Stato garantisce i diritti di tutti, non che si schieri contro alcuni dei suoi membri sulla base di un automatismo emotivo o politico.
Il dibattito non può ignorare la memoria storica.
Esattamente un secolo fa, nel 1926, entrarono in vigore le “leggi eccezionali” del regime fascista: norme nate per “difendere l’ordine pubblico” che finirono per soffocare il dissenso, limitare le libertà e trasformare lo Stato in un soggetto ostile verso chiunque non si allineasse.
Nessuno sostiene che la proposta della Lega abbia gli stessi fini. Ma la storia insegna che le derive non iniziano mai con un proclama autoritario: iniziano con misure presentate come necessarie, urgenti, emotivamente comprensibili.
Ed è proprio per questo che la politica dovrebbe essere lucida, non reattiva.
L’emotività è una cattiva consigliera. È probabile che la proposta nasca sull’onda degli episodi di violenza avvenuti a Torino e in altre città, ma la politica non può permettersi di legiferare “a caldo”.
Le istituzioni non devono urlare più forte della piazza: devono saperla ascoltare, interpretare, governare.
La sicurezza è un valore, ma lo è anche la libertà. E quando uno dei due viene invocato per comprimere l’altro, la democrazia si incrina.
Qualcuno dice che la democrazia abbia basi solide. Eppure, in momenti come questi, sembra piuttosto un vaso di vetro circondato da vasi di ferro: basta un urto, un gesto impulsivo, una norma sbagliata per incrinarla.
Costituirsi parte civile contro chiunque sia coinvolto in scontri di piazza – anche solo per trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato – rischia di trasformare l’istituzione in un soggetto punitivo, non più garante imparziale.
La domanda da porsi è semplice: vogliamo uno Stato che protegge i cittadini o uno Stato che si schiera contro di loro prima ancora che un giudice abbia parlato?
La risposta, per chi crede nella democrazia liberale, dovrebbe essere scontata.