ATTUALITÀ - 05 febbraio 2026, 12:00

La brutta immagine dei social nella vita quotidiana

Dalle reazioni scomposte sui social alle sentenze del TAR emerge un quadro inquietante: la trasformazione delle piattaforme digitali in spazi di sfogo, insulto e analfabetismo funzionale. Tra degrado culturale, tifo da stadio e incapacità di comprendere la complessità, la democrazia viene ridotta a una latrina virtuale, dove urlare è più facile che pensare

Sono bastati pochi giorni.
Pochi, benedetti giorni da quando il TAR ha emesso le sue decisioni sui ricorsi elettorali — quello del signor Giovanni Girardini, quello delle due cittadine valdostane contro le elezioni, quello di AVS sul terzo seggio — per rendersi conto di una verità scomoda: i social media non sono più piazze virtuali, sono latrine.

E no, non è un’esagerazione poetica.
È una constatazione lucida, quasi clinica, che dobbiamo al giornalista e storico Giorgio Dell’Arti, il quale ha avuto il merito (e forse la sfrontatezza) di dire ad alta voce ciò che tutti pensiamo ma non osiamo ammettere: i social media sono come le porte dei gabinetti maschili negli autogrill. Graffiti, disegni volgari, parolacce, insulti. Tutto esposto con l’eleganza di un manifesto elettorale strappato.

Fate un giro su Facebook dopo una sentenza del TAR, se avete stomaco.
Troverete esattamente questo: faccine arrabbiate, geroglifici incomprensibili (perché ormai scrivere una frase compiuta è considerato un atto di elitismo intellettuale), insulti gratuiti. Non c’è dibattito. Non c’è confronto. Non c’è nemmeno la parvenza di un dialogo democratico. Solo rumore inutile, assordante.

Eppure, ricordate?
Quando nacque Internet tutti gridammo al miracolo. Finalmente! La seconda occasione dell’umanità (dopo l’invenzione della stampa) per democratizzare l’accesso all’informazione. Finalmente avremmo potuto imparare, confrontarci, crescere. Le élite intellettuali non avrebbero più avuto il monopolio della conoscenza. Internet ci apriva le porte alla sapienza universale.

Invece è stato l’inizio di un degrado culturale che, come dice acutamente Marco Camisani, ci ha tolto il libro da sottomano.
E senza quel libro, senza quella capacità di concentrarci, di leggere più di tre righe senza perdere il filo, abbiamo perso tutto. Non sappiamo più leggere. Non sappiamo più capire. Non sappiamo più interpretare. Siamo diventati, in massa, degli analfabeti funzionali.

Capaci di decifrare le lettere, certo, ma incapaci di comprenderne il senso.
Capaci di digitare su una tastiera, ma non di formulare un pensiero compiuto. E questo — sì, questo — è il vero dramma che si riflette puntualmente ogni volta che c’è una notizia che richiede un minimo di analisi critica. Come, appunto, le decisioni del TAR.

Ma l’analfabetismo funzionale è solo la punta dell’iceberg.
Il vero cancro è più profondo: siamo diventati sociopatici. Abbiamo sviluppato una sorta di atrofia sociale, per cui non esistono più classi, categorie, gruppi. Esiste solo il cittadino contro il cittadino. L’individuo contro l’individuo. L’io contro tutti.

Pensateci.
Quando leggiamo di manifestanti e polizia, ci dimentichiamo che sono entrambi cittadini. Entrambi con diritti e doveri. Invece no: devono per forza essere fazioni nemiche, tribù in guerra. E noi, anziché riflettere, scegliamo la nostra bandiera e ci mettiamo a urlare. Sui social, ovviamente. Perché urlare dal vivo richiede coraggio, mentre insultare dietro uno schermo richiede solo un pollice funzionante.

La politica — ah, la politica! — ha perfezionato quest’arte.
Ha creato fasce asociali convincendo il povero che c’è sempre un povero più povero di lui che gli sta rubando i soldi. Ha insegnato allo studente a diffidare del compagno di banco, a bullizzarlo. Ha insegnato alle donne che c’è sempre un’altra donna che vuole togliere loro dei diritti. Ci hanno messi gli uni contro gli altri, armati fino ai denti di rabbia, risentimento, invidia.

Le decisioni del TAR di Aosta sui ricorsi elettorali sono state, in questo senso, una cartina di tornasole perfetta.
Non importa cosa abbiano effettivamente deciso i giudici amministrativi — dettagli tecnici, questioni procedurali, interpretazioni giuridiche. No. Quello che importa è che qualcuno ha vinto e qualcun altro ha perso. E quindi via libera al tifo da stadio sui social.

Non c’è analisi.
Non c’è comprensione delle motivazioni.
Non c’è nemmeno un tentativo, per quanto goffo, di leggere le sentenze.

Ci sono solo reazioni viscerali, faccine che vomitano bile, commenti che farebbero impallidire un muro di latrina autostradale.
“Hanno rubato!”
“Vergogna!”
“Giustizia è fatta!”
“Complotto!”

Slogan. Solo slogan.
Perché ragionare è faticoso, mentre digitare tre parole in maiuscolo richiede zero sforzo e massima gratificazione emotiva.

E così eccoci qui: un branco di pecore che non ha capito nulla di cosa siano la società e la democrazia.
Perché una società — una vera società — si basa sul dialogo, sul confronto, sulla capacità di ascoltare posizioni diverse e di metterle in discussione. La democrazia non è il trionfo della maggioranza urlante; è il difficile, faticoso, frustrante esercizio di trovare un equilibrio tra interessi contrapposti.

Ma tutto questo richiede pazienza.
Richiede intelligenza.
Richiede la volontà di spegnere il telefono per due minuti e pensare.

E noi (ammettiamolo) non ne siamo più capaci.

Preferiamo i gabinetti dell’autogrill.
Preferiamo scrivere oscenità sui muri virtuali, convinti che questo sia partecipazione democratica. Preferiamo insultare, dividere, seminare odio. Perché è più facile. Perché ci fa sentire importanti. Perché, in fondo, non abbiamo più gli strumenti culturali per fare altro.

Quindi, cari concittadini valdostani e non, la prossima volta che il TAR — o qualsiasi altro tribunale, ente, istituzione — emetterà una sentenza, fate un favore a voi stessi e al resto dell’umanità: prima di correre su Facebook a vomitare la vostra indignazione preconfezionata, provate a leggere. Provate a capire. Provate a formulare un pensiero che vada oltre “VERGOGNA!!!” scritto in maiuscolo con sette punti esclamativi.

Lo so, è difficile.
Lo so, richiede sforzo.

Ma credetemi: se continuiamo così, tra qualche anno non avremo più bisogno di tribunali, leggi o democrazia. Ci basterà una latrina con un pennarello indelebile.

E forse — solo forse — è proprio quello che meritiamo.

Vittore Lume-Rezoli