Novanta voti. Novanta. Non novantamila, non una valanga, non un’onda reazionaria. Novanta. In Valle d’Aosta c’è chi con novanta voti organizza una cena di famiglia, ma a sinistra no: con novanta voti si apre una crisi esistenziale, politica e quasi metafisica.
È la parabola di VdA Aperta, il progetto “plurale, progressista, alternativo” che doveva aprire tutto e invece ha chiuso parecchie porte, a partire da quella del Consiglio regionale. ADU, che il progetto lo aveva voluto e spinto, ora ne racconta la nascita e la fine come si fa con certi amori estivi: belli finché durano, poi restano solo le chat da rileggere e qualche conto da pagare.
L’obiettivo era nobile: «costruire uno spazio politico di alternativa alle destre e all’Union». Missione alta, quasi epica. Il risultato, però, è stato più terreno: novanta voti sotto soglia e una coalizione che, invece di fare quadrato, ha iniziato a fare… il frazionamento differenziato.
Dopo la sconfitta, ADU prova la strada della riflessione larga, quella che piace tanto alla sinistra: parlare con tutti, ascoltare gli elettori, ricucire con le altre forze progressiste. «Soprattutto in questi tempi terribili», dicono. Tempi terribili sì, ma anche nervi scoperti.
Perché poi arriva la parte succosa. Il clima si guasta. La fiducia evapora. Spuntano accuse, recriminazioni, processi politici degni di un tribunale rivoluzionario in seduta permanente. C’è chi parla di “mancato riconoscimento del lavoro”, chi tira fuori Tripodi e Guichardaz come santi subito, chi arriva persino al tabù assoluto della sinistra unita: le spese elettorali. Altro che programma, qui si litiga anche sugli scontrini.
ADU propone il rilancio: ripartiamo, dice, con consenso e unanimità. Tradotto: vogliamoci ancora un po’ bene. Ma la risposta dall’altra parte del tavolo è una porta chiusa con educazione istituzionale e freddezza artica. Donzel, parlando per M5S, Rifondazione e Area Democratica, certifica che «sono venute meno le condizioni fondamentali». Fine dei giochi, sipario, tutti a casa.
ADU prende atto, ma non senza lanciare la stilettata: questo è «un passo indietro rispetto alla costruzione di una reale alternativa». Però – perché a sinistra la porta non si chiude mai del tutto – resta la disponibilità al confronto, ai programmi, ai cittadini. Porte socchiuse, finestre aperte, luci accese: manca solo qualcuno che entri.
E qui arriva la domanda che aleggia come una nuvoletta di Fantozzi sopra i Palazzi valdostani: ha senso dividersi quando si è già minoranza? Perché, diciamolo senza cattiveria ma con un filo di sarcasmo: quando sei già piccolo, dividersi non è pluralismo, è aritmetica creativa. È come tagliare una pizza già fredda in otto spicchi e poi litigare su chi prende il bordo.
Novanta voti dovevano insegnare una cosa semplice: ogni frattura pesa, ogni ego costa, ogni “io” vale meno di un “noi”. Ma a sinistra, si sa, l’unità è un valore fondamentale… purché sia dopo la prossima assemblea.
Morale della Velina: meno sono, più si dividono. E intanto, mentre ci si misura il grado di purezza reciproca, qualcun altro governa. Sempre gli stessi. Con molto meno dibattito interno e molti più seggi.
Alla prossima puntata, dal fronte progressista valdostano, dove l’arcobaleno ha sette colori… e almeno quindici correnti