In Valle d’Aosta, in questo avvio di legislatura, le aule dei tribunali rischiano di diventare affollate quasi quanto quelle del Consiglio regionale. Il calendario politico-istituzionale si intreccia sempre più spesso con quello giudiziario, e non per fatti marginali. L’ultimo tassello è la fissazione, per il prossimo 22 aprile, dell’udienza davanti al Tribunale di Aosta sul ricorso presentato da Alleanza Verdi e Sinistra–Rete civica contro l’elezione di Renzo Testolin a presidente della Regione e di Luigi Bertschy a vicepresidente.
Il nodo è tutt’altro che secondario: il limite dei mandati in giunta, previsto dalla legge regionale 21/2007. Secondo il parere pro veritate del costituzionalista Andrea Morrone, datato 20 febbraio 2025, Testolin e Bertschy avrebbero già ricoperto per tre legislature consecutive una carica interna alla giunta regionale e, di conseguenza, non sarebbero rieleggibili per una quarta volta nella legislatura in corso. Una lettura che ribalta la legittimità dell’attuale esecutivo regionale e che, se accolta, aprirebbe uno scenario politico dirompente.
Di tutt’altro avviso i giuristi Enrico Grosso, incaricato dagli stessi Testolin e Bertschy, e Nicola Lupo, chiamato in causa dalla segreteria generale del Consiglio regionale: per entrambi, la legislatura appena iniziata rappresenterebbe solo la terza e non la quarta. Due interpretazioni giuridiche opposte, stesso testo di legge, e una sensazione diffusa: che la politica valdostana abbia affidato ancora una volta ai giudici il compito di sciogliere nodi che non è riuscita a risolvere da sola.
E a proposito di giudici, la mattinata al Tar di Aosta non è stata meno densa. È stato discusso il ricorso elettorale relativo alle comunali di Champdepraz, dove un solo voto ha fatto la differenza: 224 preferenze per la sindaca proclamata Monica Cretier, 223 per lo sfidante Michel Borettaz. Una manciata di schede che ha portato la minoranza sconfitta a impugnare l’esito del voto, sollevando presunti vizi di forma, tra cui una scheda “di troppo” e un numero scritto oltre il massimo consentito. La difesa ha parlato invece di una scheda strappata e regolarmente sostituita. Anche qui, la decisione è attesa a ore. La democrazia locale, insomma, appesa a un verbale.
Sempre sul fronte elettorale, AVS–Rete civica attende a breve anche la decisione del Tar sul ricorso per l’attribuzione dei seggi in Consiglio regionale. Attualmente il movimento conta due consiglieri, Chiara Minelli ed Eugenio Torrione, ma rivendica un terzo seggio, inizialmente assegnato e poi “scivolato” all’Union valdôtaine dopo la verifica dei voti contestati. Al centro della vicenda due schede giudicate nulle, con voto di lista ad AVS e preferenze scritte in modo errato. Secondo i legali del movimento, la volontà dell’elettore sarebbe stata chiara sul voto di lista, e ignorarla equivarrebbe a tradirla. Se il ricorso fosse accolto, il seggio andrebbe ad Andrea Campotaro. Anche qui, la politica resta in sospeso, in attesa della toga.
Nel frattempo, in aula, si discute di problemi molto più quotidiani. La consigliera Eleonora Baccini (La Renaissance) ha puntato il dito contro un tema che riguarda decine di aspiranti insegnanti valdostani: i percorsi abilitanti. Oggi, in Valle d’Aosta, è attivo solo quello per la classe di francese, mentre chi vuole insegnare altre discipline è costretto a emigrare temporaneamente verso atenei fuori regione. Una contraddizione per un territorio autonomo che rivendica competenze in materia di istruzione. L’assessore Erik Lavevaz ha risposto snocciolando dati e procedure: 30 posti per il percorso di francese nel 2025-2026, riserve per i residenti nei percorsi Cifis, attesa del decreto ministeriale. Tradotto: la volontà politica c’è, ma l’autonomia, quando si arriva ai fatti, resta spesso condizionata da Roma.
Sul fronte della sicurezza urbana, il consigliere Corrado Bellora (Lega VdA) ha riportato l’attenzione su alcune zone critiche di Aosta, come il parcheggio di via Carrel e i giardini Lussu, chiedendo un rafforzamento della videosorveglianza. Il presidente Testolin ha replicato ricordando che le competenze sono comunali, ma che il dialogo con prefettura e forze dell’ordine è costante. Una risposta istituzionalmente corretta, che però lascia irrisolta la sensazione di rimpallo delle responsabilità: quando il problema è di tutti, rischia di non essere di nessuno.
Più delicato il tema affrontato dalla consigliera Chiara Minelli sull’elisoccorso. L’assenza di infermieri negli equipaggi, secondo AVS, rappresenta una criticità segnalata sia dai professionisti sia da chi ha vissuto un trasporto in emergenza. Testolin ha promesso incontri e valutazioni, ribadendo che il servizio valdostano è un modello riconosciuto. Vero, ma proprio i modelli – come insegnano – vanno aggiornati se non vogliono diventare slogan.
La cronaca, poi, ha fatto irruzione con due episodi che lasciano il segno. Da un lato la valanga a Punta Helbronner, che ha travolto uno sciatore freerider francese di 50 anni, estratto vivo grazie all’intervento del Soccorso alpino. Dall’altro, la vicenda ben più inquietante del medico gettonista che avrebbe assunto fentanyl sottratto alle scorte ospedaliere, sentendosi poi male durante il servizio. Un caso emerso in Consiglio regionale in seduta a porte chiuse, tra accuse politiche e repliche istituzionali. Il direttore generale dell’Usl, Massimo Uberti, ha parlato chiaro: se i fatti fossero confermati, sarebbero già stati segnalati all’autorità giudiziaria. E ha aggiunto, non senza una stoccata, che le segnalazioni anonime fatte a terzi “hanno evidentemente altre finalità”.
Alla fine, il quadro che emerge è quello di una Valle d’Aosta attraversata da tensioni multiple: istituzionali, politiche, sociali. Una regione dove l’autonomia viene spesso evocata, ma dove le decisioni cruciali finiscono sempre più spesso davanti a un giudice. E forse non è un caso: quando la politica rinuncia a sciogliere i nodi, qualcun altro prima o poi lo fa al suo posto. Anche a colpi di sentenze.