ATTUALITÀ - 29 gennaio 2026, 20:17

La Fiera di Sant’Orso, l’identità che resiste: tra radici millenarie e futuro condiviso - TUTTI I PARTICOLARI

Oltre mille espositori, una città che si trasforma e una comunità che si riconosce. La millenaria Fiera di Sant’Orso si conferma rito collettivo della Valle d’Aosta, tra artigianato come identità, nuove alleanze con la montagna e servizi potenziati per accogliere migliaia di visitatori. Non una cartolina folkloristica, ma un pezzo vivo di autonomia culturale.

La Fiera di Sant’Orso arriva puntuale, come una sorta di Capodanno laico della Valle d’Aosta. Il 30 e 31 gennaio Aosta tornerà a essere ciò che è da più di mille anni: una città attraversata da legno profumato, scalpelli, voci in patois, mani segnate dal lavoro e sguardi curiosi. Non un semplice evento, ma una ritualità collettiva che tiene insieme passato e presente, artigiani e famiglie, turisti e valdostani che “alla Sant’Orso” ci vanno perché è così che si fa, da sempre.

I numeri parlano chiaro e raccontano la dimensione dell’appuntamento: 1.067 espositori, 57 artigiani professionisti all’Atelier des Métiers, 69 imprese nel padiglione enogastronomico. Numeri da grande evento, ma ridurli a statistica sarebbe un errore. Perché la Foire non è una fiera-mercato come le altre: è un atto identitario, un momento in cui la Valle d’Aosta si mette in mostra senza travestirsi.

Questo concetto è stato ribadito con forza dall’assessore regionale alle attività produttive Luigi Bertschy, che ha chiarito la linea politica: l’artigianato di tradizione non è folclore decorativo né animazione turistica, ma parte strutturale dell’economia e dell’identità valdostana. La nuova legge regionale di settore va proprio in questa direzione, riconoscendo dignità economica e culturale a chi lavora il legno, la pietra, il cuoio, il ferro. Mestieri che non “intrattengono”, ma tengono insieme una comunità.

L’edizione 2026 porta con sé una novità dal forte valore simbolico: la collaborazione con la Stella di Pila, il bar-ristorante panoramico a 2.700 metri, balcone sospeso sulle Alpi e icona della montagna turistica. Cabina tematizzata sulla Foire, sconti dedicati, biglietti omaggio per gli espositori: non una semplice operazione di marketing, ma un messaggio chiaro.

La Sant’Orso sale di quota e stringe un patto con il mondo della neve, dimostrando che la Valle d’Aosta non può e non deve dividersi tra “centro storico” e “stazioni sciistiche”. Legno e funivia, banco dell’artigiano e terrazza panoramica fanno parte della stessa narrazione. È una visione contemporanea dell’autonomia: non compartimenti stagni, ma connessioni intelligenti.

Accanto alla dimensione culturale, la Fiera è anche una grande prova logistica. Un’onda di presenze che si abbatte su Aosta e che, negli anni, ha trovato una gestione sempre più rodata. Il calendario delle iniziative conferma un impianto ormai consolidato: la Veillà di Petchou negli spazi di Plus, i punti rossoneri per la ristorazione, la geolocalizzazione degli artigiani per orientarsi nel fiume umano, la mostra “La Foire des savoir-faire” alla Collegiata dei Santi Pietro e Orso, il gran finale musicale allo Splendor.

Sul fronte dei trasporti arriva una notizia concreta: Ferrovie dello Stato – tramite Trenitalia – ha annunciato il potenziamento dei collegamenti sulla tratta Ivrea–Aosta, con corse straordinarie e servizi notturni rafforzati in occasione della Fiera. Un segnale importante, perché riconosce la Sant’Orso come evento di rilevanza nazionale e non solo locale, e perché risponde a una richiesta storica: garantire accessibilità senza costringere tutti all’auto privata.

Il presidente della Regione Renzo Testolin ha insistito su un punto che si percepisce chiaramente camminando tra i banchi: la Fiera non appartiene alle istituzioni, ma a un popolo intero. Pro loco, associazioni, volontari, artigiani, studenti, forze dell’ordine, operatori turistici: per due giorni la Valle d’Aosta dimostra di saper organizzare e accogliere, con professionalità e quel pizzico di caos creativo che fa parte del gioco.

Il sindaco di Aosta Raffaele Rocco ha parlato di macchina oliata. Ed è difficile dargli torto: la Foire è una sfida complessa, gestita ormai con esperienza e consapevolezza.

Per le imprese, come ha ricordato il presidente della Chambre Roberto Sapia, la Fiera è molto più di una vetrina commerciale. È un luogo di relazioni, dove la credibilità passa dal contatto diretto, dallo sguardo, dalla stretta di mano. Non è un caso che molti artigiani, finito l’evento, parlino meno degli incassi e più degli incontri: clienti che tornano ogni anno non per comprare, ma per salutare.

Ed è qui che sta la sfida vera: evitare che la Sant’Orso diventi una cartolina per turisti, svuotata di senso, e continuare a farne un luogo vivo, dove il sapere manuale è rispettato come patrimonio. In un’epoca dominata dal digitale, la Fiera ricorda ostinatamente che le mani valgono quanto le tastiere e che una comunità autonoma si riconosce anche dal modo in cui custodisce i propri mestieri.

Alla fine, come ogni anno, resterà la sensazione di aver attraversato non solo una fiera, ma un pezzo di identità collettiva. Ed è probabilmente questo il vero motivo per cui, nonostante il freddo, le ore in piedi e la confusione, la gente continua a venire. Perché tra una grolla, una coppa in noce e una stretta di mano, la Valle d’Aosta si guarda allo specchio.

PER SAPERNE DI PIU'

JE.FE.