Una provocazione? Forse. Ma soprattutto un’esigenza reale, quotidiana e universale. Da qui l’idea – serissima – di un progetto per dotare la città di toilette pubbliche gratuite o a gettoni, accessibili, curate e ben segnalate. Perché l’inclusione passa anche dal bagno.
Aosta vuole diventare una città più accessibile, sicura e inclusiva. Lo dice il Comune, lo certifica l’avvio del PEBA – Piano di eliminazione delle barriere architettoniche – e lo ribadisce il percorso partecipato che coinvolge cittadini e associazioni, con tanto di questionario online attivo tra gennaio e marzo 2026.
Un progetto finanziato dalla Regione Valle d’Aosta, che guarda a edifici pubblici, parchi, percorsi urbani e spazi collettivi. Tutto giusto. Tutto condivisibile.
Perché uomini e donne – giovani, anziani, residenti, turisti, persone con disabilità, persone con patologie, donne in gravidanza, bambini – hanno esigenze fisiche, mediche, sanitarie e fisiologiche che non possono essere rinviate a un dibattito teorico sull’accessibilità. Servono spazi riservati, accessibili, puliti. E soprattutto esistenti.
Oggi, entrare in un vespasiano ad Aosta è un atto di coraggio. In alcuni casi un salto nel buio. In altri, un esperimento di microbiologia applicata, con il concreto rischio di uscirne contagiati da virus e batteri non meglio identificati. Altro che inclusione: qui siamo al survival urbano.
Le poche toilette pubbliche presenti sul territorio comunale, quando ci sono, assomigliano più a bungalow per il deposito rifiuti che a servizi per le persone. Male segnalate, poco visibili, spesso trascurate, talvolta inaccessibili proprio a chi avrebbe più bisogno di utilizzarle.
E allora la provocazione – che poi provocazione non è – è questa: perché non inserire, accanto al PEBA, un vero e proprio piano cittadino dei servizi igienici pubblici?
Strutture gratuite o a gettoni, ben evidenziate, chiaramente segnalate, accessibili a tutti, curate dal punto di vista igienico e localizzate in modo intelligente: vicino alle stazioni, ai parcheggi, ai poli di attrazione, ai percorsi turistici, ai parchi, ai luoghi più frequentati della città.
Ed è proprio per questo che – sempre con il sorriso ma con assoluta serietà – si potrebbe persino lanciare l’idea della nascita di un comitato promotore: cittadini uniti non per rivendicare grandi opere, ma per chiedere qualcosa di molto più elementare. La dignità.
Perché una città davvero accessibile non è solo quella senza gradini e senza ostacoli visivi. È anche quella in cui nessuno deve fare acrobazie, rinunce o umiliazioni per soddisfare un bisogno primario.
E magari, tra un questionario del PEBA e una mappa delle criticità urbane, scopriremo che la civiltà di una città passa anche da lì. Dal bagno. Pubblico. Pulito. E finalmente umano.