FEDE E RELIGIONI - 23 gennaio 2026, 08:00

Unità dei cristiani, monsignor Pace: “L’ecumenismo, una promessa di futuro”

L’arcivescovo segretario del Dicastero per la promozione dell’Unità dei cristiani, a colloquio con i media vaticani, riflette sulla Settimana di preghiera che si concluderà domenica prossima e sui frutti del dialogo tra credenti in Cristo

“L’ecumenismo è l’esperienza in cui ci riscopriamo fratelli e amici, partendo dall’esperienza di Gesù”. Così l’arcivescovo Flavio Pace, segretario del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei cristiani, parlando ai media vaticani, descrive il dialogo tra credenti in Cristo in occasione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei cristiani, che si concluderà domenica 25 gennaio.

Si tratta di un appuntamento ecumenico annuale tra i più rilevanti, che ha coinciso quest’anno con la “provvidenziale” scelta di Papa Leone XIV di meditare sulla Dei verbum, nell’ambito delle catechesi del mercoledì sul Concilio Vaticano II. La concomitanza con la Settimana in corso è significativa: il Concilio, infatti, ha fatto conoscere ai fedeli “l’esperienza della divina rivelazione in una progressione”.

“La Dei verbum è in qualche modo il completamento della Dei filius, che era del Concilio Vaticano I – spiega l’arcivescovo – dove effettivamente la concentrazione era su queste verità di tipo intellettuale”. “La Dei verbum completa e colloca questa verità dentro la dimensione relazionale”.

Dio stesso parla agli uomini come a degli amici, come nell’esperienza di Mosè e come è evidente nelle parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Io vi ho chiamato amici”.

La rivelazione, però, non è una questione per teologi. Al centro c’è “la concretezza dell’esperienza umana di Gesù, della verità, del guardare agli uomini del suo tempo, alle donne, alle situazioni, ai lavori, alle sofferenze, alla malattia fisica – continua monsignor Pace –. Quella è l’esperienza in cui Dio, che si fa carne, si rivela. E allora la carne di Gesù è decisiva nell’incontrare l’esperienza di Dio cristiano”.

Un incontro che accomuna i credenti, per i quali bisogna rafforzare la preghiera per una piena unità visibile, come auspicato domenica scorsa all’Angelus da Papa Leone XIV.

“Piena unità, perché certamente il fondamento è il Battesimo – spiega ancora il segretario del Dicastero per la promozione dell’Unità dei cristiani –. Ma nel corso della storia, negli scismi d’Oriente e Occidente, nelle varie fratture anche interne ai nostri partner ecumenici, questa unità del Battesimo in realtà non dà luogo a una piena comunione”.

L’auspicio è che “il cammino verso una piena comunione” possa diventare “anche sedersi all’unica tavola di Cristo”. Un cammino di dialogo teologico che “va di pari passo con una preghiera comune e un dono”: quello del Vangelo.

“L’esperienza dell’ecumenismo è in piccolo un’esperienza di dialogo anche su altri fronti”: il dialogo diventa “mettersi di fronte all’altro, finalmente disarmati, per poter ascoltare il dono dello Spirito che è l’altro e insieme invocare perché questo cammino diventi sempre più un cammino di condivisione piena”.

In questo percorso, la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è un momento fondamentale, che le comunità nel mondo sono chiamate a vivere tramite le riflessioni preparate quest’anno dalla Chiesa Apostolica armena.

La Settimana si concluderà domenica prossima, 25 gennaio, con la recita dei Vespri nella basilica di San Paolo fuori le Mura, presieduta da Papa Leone.

Una basilica che il Santo Padre, come ricorda l’arcivescovo Pace, ha già visitato non solo per la presa di possesso dopo la sua elezione, ma anche il 14 settembre scorso per la commemorazione dei martiri testimoni della fede, che è stata una commemorazione ecumenica.

Si tratta, inoltre, della basilica che “ha anche visto quest’anno la visita di Re Carlo e la concessione del titolo di confrate, per cui è una basilica che è legata comunque all’ecumenismo”. È, ancora, il luogo in cui Paolo VI ha donato il suo anello episcopale nel ’66 a Michael Ramsey, l’arcivescovo di Canterbury.

“È anche la basilica del Concilio, dove è stato annunciato il Vaticano II, ma è anche il luogo in cui riscopriamo, nell’esperienza di Paolo, che siamo debitori del Vangelo e, per questo, rimettendoci insieme alla scuola del Vangelo, viviamo e chiediamo di essere evangelizzatori come Paolo, perché abitati da questo soffio dello Spirito”.

Sono stati da poco celebrati i 1700 anni del Concilio di Nicea, un evento che, secondo monsignor Pace, ha avuto come frutti “la possibilità non solo di aver commemorato il simbolo della fede, ma anche il desiderio di guardare insieme al futuro”.

Oltre alla preghiera pubblica è stato significativo quell’incontro, “chiamiamolo di Pentecoste”, “che è quel raduno a porte chiuse nella chiesa siro-ortodossa di Istanbul, dove il Santo Padre e gli altri leader, su un tavolo rotondo, si sono ascoltati per due ore”.

Un momento storico di cui non si hanno resoconti, ma “quello che mi pare di aver capito è che si sono promessi che non sarà l’ultimo momento di questo genere”, osserva.

Nel 2030 è in calendario, inoltre, un’altra commemorazione ecumenica che riguarda il 500º anniversario della Dieta di Augusta e della Confessio Augustana.

“Ci fu il tentativo, dopo la crisi con Martin Lutero, di trovare un terreno comune, una professione di fede comune, nell’ambito dei Paesi che noi adesso definiamo della Riforma – spiega l’arcivescovo –. È importante commemorare quel testo” per riscoprire una base comune e allo stesso tempo “riscoprire qualcosa in più per il nostro oggi”.

Si tratta di una commemorazione storica che, tra l’altro, si inserisce in quel 2030 in cui ricorreranno 2000 anni dall’inizio della vita pubblica di Gesù, del suo Battesimo, del Discorso della montagna.

“Ci sono tante iniziative ecumeniche trasversali che vorrebbero mettere al centro, con esperienze anche a partire dalla Terra Santa, per esempio una lettura comune del testo del Discorso della montagna. Per cui io spero – osserva Pace – che quella ricorrenza sia un anno fecondo non solo per l’aspetto con i luterani, ma per altre tematiche ecumeniche”.

Nell’attuale contesto carico di divisioni, tra coloro che operano per creare ponti di dialogo c’è sicuramente Papa Leone XIV, “uomo di ascolto, in grado di rilanciare con poche parole la possibilità di un cammino”.

Il suo impegno è raccontato anche dalla storia agostiniana e dal suo motto “In Illo uno unum”.

“Questo – conclude monsignor Flavio Pace – è anche un richiamo a noi, perché laddove l’ecumenismo diventa una specie di strategia non geopolitica ma geo-ecclesiastica è destinato a fallire. Se invece è qualcosa che ci aiuta a riscoprire colui che è il fondamento dell’unità, allora diventa una promessa di futuro”.