Sindacalista storico del mondo sanitario valdostano, oggi figura di riferimento anche per la mobilità sostenibile, Natale Dodaro è una di quelle personalità che hanno attraversato ambiti diversi mantenendo una coerenza di fondo: la tutela della salute, individuale e collettiva; andare in bici è salute. Dopo anni di impegno sindacale, ha svolto per un quadriennio il ruolo di coordinatore regionale di un ente di promozione ciclistica, per poi essere eletto primo presidente del neonato Comitato regionale FCIVdA, incarico ricoperto per due quadrienni.
Da sette anni lavora per RCS seguendo il Giro-E e, nell’agosto 2024, è stato eletto presidente di FIAB Aosta à Vélo, associazione nata nel 2019, in piena pandemia. Con lui abbiamo fatto il punto su quanto la Valle d’Aosta sia davvero cambiata sul fronte della mobilità ciclistica e su quanto, invece, resti ancora ancorata alle buone intenzioni.
«È cambiato molto da allora. Oggi, grazie alla Consulta sulla mobilità ciclistica — nata su nostra sollecitazione e grazie al voto unanime del Consiglio regionale dell’ultima legislatura — tutti gli attori coinvolti discutono preventivamente ciò che si deve fare e ciò che si è fatto. A breve ci sarà anche un link sul sito della Regione dove sarà possibile visionare il lavoro che si sta portando avanti.»
Regione e Comuni approvano piani, linee guida e documenti sulla mobilità ciclistica, ma poi sul territorio i risultati sono spesso modesti. Manca una reale volontà politica o la bicicletta è ancora trattata come un orpello comunicativo?
«Ad oggi in Valle siamo riusciti a far passare il messaggio che il turismo pulito ha numeri da tenere in seria considerazione. Dati che sono stati analizzati nel convegno dello scorso anno, durante il quale ADAVA, ARPA e Assessorato hanno rafforzato questa tesi.»
Avete presentato osservazioni sia al progetto “Aosta in Bicicletta” sia al Piano regionale della mobilità ciclistica. Quali sono le criticità più gravi per chi si muove in bici?
«Assolutamente sì, osservazioni molto dettagliate. In particolare sull’asse ferroviario oggi chiuso, che riteniamo non abbia i criteri di sicurezza per diventare ciclabile. Perché non mantenere, invece, l’asse ferroviario con un sistema pulito di locomozione? Abbiamo anche proposto di investire risorse per mettere in sicurezza i vecchi passaggi esterni delle gallerie sulla SS26, molto interessanti dal punto di vista turistico. Inoltre continuiamo a sollecitare la Regione a farsi carico, nei confronti di Anas, del progetto di ristrutturazione della SS26 in direzione Quart, dove — come dice la legge — dovrà essere previsto un percorso ciclabile.»
«Abbiamo delle criticità evidenti: via Piccolo San Bernardo, che abbiamo già segnalato al Comune; un tratto di ciclabile dietro la torre piezometrica che finisce nel nulla. Altre situazioni problematiche esistono e le abbiamo già circostanziate con note specifiche ai Comuni, allegando anche fotografie.»
Esistono però anche esperienze positive. Quali sono i punti di eccellenza valdostani sulla ciclabilità?
«Abbiamo riscontri concreti di lavoratori e lavoratrici che dalla Plaine raggiungono Aosta utilizzando, dove possibile, la ciclabile. Ogni ciclista in più è un’auto in meno sulla strada, a beneficio dell’ambiente e della vivibilità del capoluogo. Molti ciclisti attraversano i nostri colli praticando turismo sostenibile, ma oggi dobbiamo creare servizi adeguati: bike hotel, ostelli, accoglienza dedicata.»
«Se n’è discusso anche a Courmayeur. La prima regola è il rispetto tra chi usufruisce dei sentieri: in montagna il pedone ha sempre la precedenza e chi va in MTB deve farlo in sicurezza. Non credo che moltiplicare i percorsi dedicati sia sempre la soluzione. Sulla strada, invece, c’è molto da fare: in Veneto stanno sperimentando le “bike lane”, un’idea dell’ex professionista Maurizio Fondriest, e sembra stia funzionando.»
Esiste anche un problema di comportamenti scorretti da parte dei ciclisti?
«A livello nazionale è stato scritto un Codice della strada che, secondo noi di FIAB, è sbagliato. Bisogna partire dal presupposto che tutti hanno diritto di percorrere le strade — in auto, in bici o in moto — ma in sicurezza. Le zone 30 hanno fatto diminuire molti incidenti. Ognuno di noi è sia automobilista sia ciclista: serve rispetto reciproco. Come dico spesso, su quella bici potrebbe esserci tuo figlio o tuo nipote.»
La Valle d’Aosta resta una regione fortemente auto-centrica. Limite culturale o mancanza di coraggio politico?
«È una situazione figlia di decenni in cui si incentivava l’uso dell’automobile, basti pensare ai buoni benzina. Oggi fortunatamente si è cercato di cambiare rotta, con leggi che incentivano l’acquisto di auto elettriche ed e-bike. Serve coraggio, perché la politica vive di voti, ma ciò che sta facendo la Regione e ciò che ha fatto il Comune di Aosta è, secondo noi, la strada giusta. È difficile, ma fattibile. E già oggi si vedono risultati.»
La bicicletta può diventare una vera alternativa all’auto negli spostamenti quotidiani?
«Sarebbe anacronistico pensare che una cosa debba eliminare l’altra. Ma diminuire l’accesso delle auto ad Aosta dà un valore aggiunto alla città. La bici è già oggi usata per gli spostamenti casa-lavoro e casa-scuola. Come FIAB collaboriamo con la scuola Lexert su un progetto di “bike bus” che coinvolge 25 bambini accompagnati ogni mattina a scuola in bici. Se potessi trasferirvi i loro sorrisi, capireste il valore enorme di questo progetto.»
Guardando al futuro: quale visione propone FIAB Aosta à Vélo e quale decisione politica andrebbe presa subito?
«La Regione sta già facendo molto, e la Consulta ne è la prova. Sta investendo risorse importanti. Una scelta concreta potrebbe essere quella di risolvere definitivamente il problema dei costi di gestione delle ciclabili, che oggi gravano in gran parte sui Comuni: perché non farsene carico interamente a livello regionale? Così come il completamento, ad esempio, del progetto Puchoz nel Comune di Aosta.»
La mobilità ciclistica, in Valle d’Aosta, non è più soltanto una questione di piste e segnaletica. È diventata un terreno politico vero, dove si misura la capacità delle istituzioni di pensare il futuro oltre l’emergenza e oltre il consenso immediato. Le parole di Natale Dodaro raccontano una transizione ancora incompleta, fatta di passi avanti e resistenze culturali profonde, ma anche di un cambio di paradigma ormai avviato.
In una regione che ha fondato la propria autonomia sulla tutela del territorio e della salute delle comunità, continuare a considerare la bicicletta come un tema marginale sarebbe una contraddizione difficile da giustificare. La sfida, oggi, non è più decidere se investire sulla mobilità sostenibile, ma avere il coraggio politico di farlo fino in fondo: togliendo spazio alle auto dove serve, garantendo sicurezza reale e trasformando le buone pratiche in sistema.
Perché, come ricorda Dodaro, ogni scelta sulla mobilità non riguarda solo il traffico o il turismo, ma incide direttamente sulla qualità della vita, sull’ambiente e — in ultima analisi — sulla salute dei valdostani.