CULTURA - 21 gennaio 2026, 16:46

Povertà minorile, Pesavento: “Così si mina la democrazia. L’infanzia non è una variabile dipendente”

“Non parliamo di emergenza sociale ma democratica”, “un bambino su quattro vive a rischio povertà”, “la scuola non può essere lasciata sola”: il presidente del Coordinamento nazionale docenti dei Diritti Umani richiama Governo e istituzioni. Appello diretto al ministro Valditara

Il prof. Romano Pesavento

La povertà minorile nel 2025 non è più un tema marginale né un effetto collaterale delle crisi economiche. È, a tutti gli effetti, una questione democratica. A sostenerlo con forza è il prof. Romano Pesavento, presidente del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, che interviene sui dati diffusi da Save the Children: quasi un bambino su quattro nell’Unione europea vive a rischio di povertà ed esclusione sociale, mentre in Italia la percentuale sale al 27,1%.

«Questi numeri – afferma Pesavento – non descrivono un fenomeno astratto. Raccontano condizioni di vita reali che compromettono il presente e ipotecano il futuro di un’intera generazione. Quando l’infanzia viene colpita in modo così sistematico, non siamo davanti a un problema sociale qualsiasi, ma a una frattura profonda della democrazia».

Secondo il presidente del CNDDU, la povertà minorile non può più essere interpretata come un semplice riflesso delle congiunture economiche. «È il prodotto di scelte politiche insufficienti, di interventi frammentari e di una visione miope che continua a considerare i bambini come una variabile dipendente e non come una priorità assoluta». In questo contesto, l’aumento dei costi dell’alimentazione, dell’abitare e dei servizi essenziali agisce come un moltiplicatore delle disuguaglianze: «L’inflazione diventa una forma silenziosa di esclusione dei diritti fondamentali».

Particolarmente allarmante è il divario tra minori e adulti. A fronte di un rischio di povertà del 22,3% per la popolazione adulta, per i minori la soglia è nettamente più alta. «L’età non protegge, espone», osserva Pesavento. E le disuguaglianze si aggravano ulteriormente quando entrano in gioco la composizione familiare e l’origine dei genitori. «Nelle famiglie numerose, in quelle monogenitoriali e soprattutto nei nuclei composti esclusivamente da cittadini stranieri, la povertà assume dimensioni drammatiche. Oltre il 40% vive in povertà assoluta: è una ferita aperta al principio di uguaglianza sostanziale».

Dal punto di vista educativo, il quadro è altrettanto critico. «La povertà minorile è una violazione sistemica dei diritti umani», sottolinea Pesavento. «Incide sulla salute, limita l’accesso alla cultura, aumenta il rischio di dispersione scolastica e compromette la possibilità di costruire un progetto di vita autonomo». In questo scenario, la scuola resta spesso l’unico presidio di equità e inclusione. «Ma non può essere lasciata sola. Senza politiche strutturali, il sistema educativo rischia di trasformarsi da strumento di emancipazione a contenitore delle fragilità sociali».

Da qui l’appello diretto al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara. «Chiediamo che il contrasto alla povertà minorile diventi una priorità esplicita dell’agenda educativa nazionale», afferma il presidente del CNDDU. «Servono investimenti concreti: tempo pieno, mense scolastiche accessibili e di qualità, servizi di supporto psicopedagogico, politiche efficaci contro la dispersione scolastica e percorsi strutturati di educazione ai diritti umani».

Ma non basta. «Le politiche educative devono dialogare realmente con quelle sociali e familiari», insiste Pesavento, «e devono ascoltare la voce dei bambini e degli adolescenti, troppo spesso esclusi dai processi decisionali che li riguardano. Un sistema educativo che ignora le condizioni materiali di vita degli studenti non può dirsi né equo né meritocratico».

Il messaggio conclusivo è netto e politico: «Contrastare la povertà minorile significa difendere la qualità della nostra democrazia. Ogni bambino lasciato indietro è una sconfitta collettiva». Investire nell’infanzia, conclude Pesavento, «non è assistenzialismo, ma un dovere costituzionale e morale. Il futuro del Paese si misura oggi nella capacità di garantire pari diritti, pari dignità e pari opportunità a tutte le bambine e a tutti i bambini».

je.fe.