Ad Aosta il Carnevale va a dieta. Niente Carnavals de Montagne nel 2026: troppo impegnativi, troppo complicati, troppo costosi. Così almeno racconta la versione ufficiale, quella della “razionalizzazione delle spese”, che a sentirla pare quasi una cura dimagrante per i conti pubblici. Peccato che, come tutte le diete sbagliate, faccia perdere peso solo dove non dovrebbe. I gruppi carnevaleschi restano a bocca asciutta, le maschere tornano negli armadi e la città si scopre improvvisamente sobria, tristemente sobria.
Il malcontento serpeggia, rimbalza tra coriandoli mai lanciati e campanacci rimasti muti. E allora ecco il colpo di teatro: il Consiglio Valle vota una risoluzione per “ripristinare” l’evento dal 2027. Attenzione però: non è una cancellazione, sia chiaro, è solo uno stop temporaneo. Una pausa di riflessione. Come quando ti tolgono la sedia da sotto e ti dicono che è per aiutarti a stare in equilibrio.
Nel frattempo, però, la famosa razionalizzazione delle spese mostra un talento selettivo notevole. Perché se il Carnevale può aspettare, stipendi e indennità no. Tra i primi atti della Giunta e del Consiglio comunale di Aosta, infatti, spunta puntuale l’aumento delle retribuzioni. Sarà che governare una città trascurata, con buche, arredi stanchi e un’aria da fine stagione perenne, richiede uno sforzo economico supplementare. Razionalizzare sì, ma con criterio: prima noi, poi i coriandoli.
E mentre Aosta inciampa tra marciapiedi malandati e aiuole in sciopero, la Valle d’Aosta si scopre improvvisamente in festa per il passaggio della Fiaccola olimpica. Accoglienza calorosa, applausi, sorrisi istituzionali e foto a raffica. Talmente calorosa, dicono i ben informati (e qui entriamo ufficialmente nel regno della velina), che il Comitato Olimpico avrebbe promesso all’assessore allo sport e turismo Giulio Grosjacques di far tornare la fiaccola in Valle… per accendere il falò e bruciare il diavolo del Carnevale. Altro che tradizione alpina: sinergie internazionali, con tanto di cerimonia purificatrice inclusa.
Nel frattempo, dentro Palazzo, il clima si scalda anche senza falò. Il presidente del Consiglio Valle, Stefano Aggravi, perde per un attimo il tono ovattato e piazza una rampogna che risuona come un campanaccio a fine sfilata:
“Cari colleghi, permettetemi di ricordare a tutti che il ruolo di Consigliere regionale non si esaurisce nel tempo dell’Aula”.
E ancora: “La credibilità del Consiglio regionale non è astratta né delegabile… è una responsabilità continua, che non conosce pause né ‘fuori servizio’, nemmeno (e forse soprattutto) sui social network”.
Tradotto dal politichese: meno selfie, più sostanza. Meno carnevali virtuali, più rispetto per quelli veri. Perché l’immagine conta, eccome se conta, soprattutto quando fuori dai Palazzi la gente vede eventi cancellati, città stanche e stipendi che crescono più in fretta delle aiuole rifiorite.
Così, tra Carnevali congelati, fiaccole salvifiche e lezioni di sobrietà a corrente alternata, la Valle balla una danza curiosa: senza maschere ufficiali, ma con tanti travestimenti politici. E intanto il diavolo del Carnevale aspetta: forse non di essere bruciato, ma almeno di non essere preso in giro.