Vivo in un paese fortunato, una piccola città dove non si sono sentiti gli scoppi delle bombe, il suono delle sirene non ha mai squarciato la notte, non abbiamo visto i lampi né i bagliori degli incendi. Tutto questo lo stanno vivendo altre persone, che erano andate a letto serene, ridendo, stanche, felici o infelici, ma pensando a un domani normale: la solita routine, il solito noioso lavoro o la scuola. E invece no. Nulla di tutto questo. Si sono ritrovati avvolti da fumi, rombi di tuono, lampi, terrore.
Ci sono momenti in cui vorresti scrivere qualcosa e non ci riesci. Le idee sono confuse, bombardate da mille sensazioni che si accavallano. Non ti viene l’ispirazione, non trovi le parole per dire quello che pensi, per descrivere anche solo il tuo stato d’animo. Nulla. Sei fermo, immobile.
E allora leggi, e decidi semplicemente di riportare il pensiero di altra gente.
Come quello di Frank, un giovane americano che ha scritto una lettera virtuale al suo presidente. Una lettera che è un grido, una confessione, uno schiaffo.
“Dear President, today you killed my illusion…”.
Caro presidente, oggi hai ucciso la mia illusione. Così inizia la lettera di Frank: “oggi hai ucciso la mia ultima illusione”.
L’illusione era quella che avevo dello Yankee un po’ sbruffone che combatteva per la democrazia, per la libertà dei popoli. Ero orgoglioso di aver avuto un nonno che mi raccontava la guerra fatta in Europa contro il nazismo. Ero orgoglioso di aver avuto un padre che aveva combattuto in Vietnam e che in Vietnam c’è morto — non fisicamente, ma moralmente — perché è tornato da quella guerra totalmente trasformato. Non più il ragazzone texano spavaldo, ma un essere fragile, tremante, con incubi, che passava ore a fissare il vuoto, avvolto da chissà quali fantasmi. Il sorriso era sparito.
Poi sono arrivate le tue dichiarazioni, presidente. Quelle in cui dicevi: “Con me spariranno le guerre, farò cessare tutte le guerre”. E io, pensando a cosa fu la guerra per mio padre, fui orgoglioso di averti come presidente.
Ma l’entusiasmo durò poco. Da mesi sul web vedevo cosa succedeva in Medio Oriente. In un video vidi gli occhi colmi di lacrime di una bambina ferita, seduta in terra. Fu uno schiaffo. Mi girai e lì, seduta per terra, c’era mia figlia: stessi occhi, ma non erano pieni di lacrime. Erano occhi di una bambina felice che giocava. Mi sono sentito morire dentro e in un attimo ho capito il vuoto di mio padre.
Quando, poco dopo, ho sentito in una tua intervista le parole: “Abbiamo mandato armi a Israele e le ha utilizzate bene”, lì è cominciato un tarlo a rodermi dentro.
Mi sono chiesto: perché? Perché come nazione dovevamo difendere e appoggiare uno Stato che stava sterminando vecchi, poveri, bambini? Le immagini giravano sul web, tutti le vedevano. “Ma come, presidente”, mi chiedevo, “ma tu non le vedi? Non vedi gli orrori che sta commettendo questo tuo amico?”.
E oggi hai invaso il Venezuela, dicendo che era uno Stato dittatoriale.
“Ma perché tu ti senti il diritto di esportare la democrazia uccidendo persone innocenti?”
Vede, presidente, ero uno di quegli Yankee spavaldi, sbruffoni, che girava a testa alta, convinto che il mondo avesse bisogno degli Stati Uniti. Oggi ho cominciato ad abbassare la testa. Ho una gran paura che il mio presidente stia creando talmente tanti nemici in giro per il mondo che nessun americano con un po’ di buon senso si senta più al sicuro. E ripenso a quell’11 settembre.
“È stata una ferita mortale per me”, scrive Frank, “ma ho paura che quello che ci aspetta, per colpa delle tue scelte, sarà molto peggio. Perché non c’è nessuna nazione così grande da poterci colpire direttamente al cuore, ma saranno capaci di colpire ogni singolo americano in giro per il mondo. E questo per colpa tua”.
La lettera si chiude con una frase che pesa come un macigno:
“Oggi non sono più così orgoglioso di essere americano. Oggi mi vergogno di dire ‘sono americano’”.
E noi, in questo paese senza guerra, leggiamo queste parole e ci rendiamo conto che forse non servono le nostre per raccontare quello che sta accadendo. Bastano quelle di Frank, un giovane americano che ha perso la sua ultima illusione.