Negli anni ’70 ero uno di quei giovani che, quando alle 5 del mattino suonava la sveglia, dovevo muovermi: vestirmi, fare colazione, scendere, inforcare la mia bicicletta e pedalare fino alla portineria del Pont Suaz. Cercare di corsa un posto nella rastrelliera porta bici, con lo zainetto e il pranzo in spalla, correre a timbrare…
Piacevole? Beh, dipende. In estate era anche piacevole uscire il pomeriggio e potersi fare un giretto con amici e amiche, magari partire di buona lena, andare giù ai laghetti di Brissogne e godersi il fresco, azzardando magari un bagno. Un po’ meno piacevole quando arrivavano i primi freddi: la bici finiva in cantina e gambe in spalla.
Pochi anni dopo mi son potuto permettere una Lambretta 125 di seconda mano. Che dire? Mi sentivo un signore! Altro che pedalare: bastava accelerare e il mondo era tuo. Quante volte facevo da traino a qualche ciclista stanco… incoscienti sì, e anche tanto, ma chi non è stato incosciente a 20 anni?
Poi arrivò la prima automobile: una Mini Cooper, anche lei rigorosamente di seconda mano. A me sembrava una Ferrari e mi faceva sentire come il mito Clay Regazzoni. Come tutti, la prima cosa era togliere il silenziatore della marmitta: lo scarico diretto e quell’assordante rombo davano l’illusione di andare più veloce.
E a ripensarci, sapete qual era la cosa più bella? Che sapevamo convivere: pedoni, ciclisti, motociclisti, automobilisti condividevano le stesse piazze, le stesse strade. Se andavi in bicicletta e qualcuno ti strombazzava, non era perché stavi invadendo la corsia, ma probabilmente era l’amico con la Cinquecento che ti affiancava e ridendo ti diceva: “Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!” Il tuo vaffa lo accompagnava, ma eri sicuro che 500 metri più in là lo avresti trovato al Bar delle Poste a sorseggiare un bianchetto mentre ti aspettava.
Oggi non è più così. Io a volte penso che la gente si alza incazzata, lavora da incazzata, va a letto da incazzata… speriamo almeno che quando fanno sesso si rilassino. Piste ciclabili, marciapiedi per pedoni, piste ciclo-pedonali: abbiamo ghettizzato l’essere umano, lo abbiamo condizionato a tal punto che il pedone odia il ciclista quando va a piedi, ma se sale sulla bici vorrebbe sterminare i pedoni. Per non parlare della “razza inferiore” che si azzarda ad andare in monopattino… a loro quando faremo una pista dedicata per i monopattinisti?
Ma oggi è l’era del velocipede: il ciclista impettito che becca un pedone su una pista solo ciclabile… apriti cielo! Le sette piaghe dell’Egitto in confronto fanno ridere. Le maledizioni e gli epiteti che ti indirizza potrebbero rendere sterile te e tutta la tua progenie per mille anni.
Per non parlare della guerra civile che scatta tra ciclisti e automobilisti. Come recitava Rutger Hauer in Blade Runner: “Ho visto cose che voi umani non avete visto…” Ciclisti imbufaliti che tirano la borraccia a passanti, automobilisti armati di cric che inseguono ciclisti a piedi… La razza umana in questo decennio sta dando davvero il peggio di sé.
Ma credetemi, non è etichettando o delimitando con una striscia sulla strada che i rapporti umani miglioreranno. Non saranno le ciclabili a renderci migliori. Poco contano analisi o rilevazioni fantasiose che dimostrano che ad Aosta ci sono 400 ciclisti e non solo 300. Quello che dobbiamo recuperare è la voglia di socializzare nelle piazze, nei bar, e non sui social dove sfoghiamo la nostra solitudine. Dobbiamo tornare umani, senza etichette.
Le biciclette in foto si riferiscono alla
Festa degli operai idroelettricisti organizzata dal PCI (Partito Comunista Italiano) al villaggio Chavonne della Nazionale Cogne. Biciclette, 06/1947.
Se pubblichi la foto, devi mettere la dicitura:
Autore Bérard Octave, 1947. Regione autonoma Valle d’Aosta – Archivio BREL – Fondo Bérard