Il censimento dei manufatti in pietra ollare nel comune di Ayas sta aprendo scenari storici sorprendenti. L’iniziativa, promossa dall’associazione locale nell’ambito del progetto HPMR (Hope Park Monte Rosa) e finanziata dalla ditta Patagonia, è affidata all’archeologo Mauro Cortelazzo e si propone di catalogare con rigore scientifico pentole, mangiatoie, monili e persino riutilizzi artistici di scarti di lavorazione. Decine di pezzi, messi a disposizione da residenti e proprietari di seconde case, sono già stati documentati con schede tecniche e supporti fotografici, restituendo un quadro di rara ricchezza.
La ricerca conferma il ruolo centrale del distretto produttivo di Saint-Jacques, in particolare dell’area di Fusine, dove il cloritoscisto con cristalli di granato offriva la materia prima per un’industria fiorente. Gli scarti di lavorazione – blocchi cilindrici scheggiati, vasi rotti o incompleti – ne sono testimonianza diretta. I manufatti integri, invece, sembrano provenire da altri centri valdostani, come Champorcher e Champdepraz, segno di una rete diffusa e di lunga durata.
Il lavoro di Cortelazzo non si limita al censimento domestico: il conteggio degli scarti rinvenuti durante la ristrutturazione dell’ex Hotel Tournalin, unito a quelli recuperati nell’attiguo scavo archeologico, supera già quota ottomila pezzi. Una quantità impressionante, che si somma agli scarti inglobati in torrenti, murature e fondamenta in tutta la Valle. Tutto questo dimostra come, tra IV e VIII secolo, Ayas fosse al centro di una produzione e commercializzazione di vasellame su larga scala, organizzata e capace di raggiungere mercati lontani. Una vera e propria industria alpina ante litteram, che intrecciava conoscenze artigianali e dinamiche economiche di sorprendente modernità.
Le evidenze raccolte pongono ora una sfida culturale e politica: quella di restituire dignità e visibilità a un patrimonio che non appartiene solo ad Ayas, ma all’intera Valle d’Aosta. Le proposte sono già sul tavolo: la creazione di un eco museo della pietra ollare a Saint-Jacques, con spazi espositivi e documentali; la mappatura con tecnologie GIS e GPS dei siti estrattivi e dei laboratori, dal Monte Rosso di Verra al Vallone delle Cime Bianche, per ridisegnare un processo produttivo che coinvolse intere generazioni.